Ok. Parliamone. Avete dei problemi? Padroni. Non giudico nessuno, per l'amor del cielo.
Ma che qualcuno abbia dei problemi con i fatti miei sinceramente mi secca. E che io debba rinunciare alla mia vita sociale per i problemi degli altri mi secca ancora di più.
E' difficile per me, ok. Ma perchè deve essere difficile anche per chi non c'entra niente? E' un lutto? Un dolore al quale ci si sente in dovere di partecipare schierandosi e prendendo posizioni? Fino a ieri amici e da oggi... beh da oggi un calcio nel sedere.
E chissenefrega di anni di rapporti umani costruiti (almeno da parte mia) con costanza e impegno? Oggi la stronza sono io.
Sapete perchè non si riesce a mantenere buoni rapporti umani dopo la fine di una storia? Perchè abbiamo stereotipi sbagliati. Perchè nessuno ci crede. Perchè gli amici comuni si schierano. Manco ci fosse una divisione dei beni: Tizio a te Caio a me. Se gli amici (o presunti tali chiaramente) si facessero i fattacci loro, continuando a comportarsi come sempre, senza tagliare fuori lo/la stronzo/a di turno, se si credesse di più nella sopravvivenza di un rapporto umano (ma umano sul serio, di chi ha condiviso tanto, indipendentemente da tutto), l'intelligenza delle persone farebbe il resto (sarò ingenua a credere nell'intelligenza delle persone...ma non si può prescindere dal contesto).
Grazie. Comunque grazie.
E meno male che mai nella vita ho avuto la sensazione di capire quali fossero i veri amici. Quelli che ho chiamato i miei cavi di sicurezza. Perchè in questo caso, se non ci fossero stati, la caduta libera avrebbe avuto effetti devastanti.
E ci sarà anche chi dice che odia quando dico a-ha, ma quando ce vò ce vò: A-HA...
domenica 31 luglio 2011
sabato 30 luglio 2011
La gente che sta bene vive a Monza
Oggi sono stata a Monza. Parliamone. Diciamo che la prima impressione che ho avuto è stata di aver trovato quella famosa "Gente che sta bene" di cui parla F. nel suo libro. Si, la gente che sta bene vive decisamente a Monza. Il Monzese tipo incarna lo stereotipo dell'imprenditore brianzolo, ricco abbastanza da avere la seconda casa al mare, lo skipass stagionale per l'inverno, la Porsche, due figli, magari un cane, l'abbonamento in palestra e il parrucchiere settimanale, ma non abbastanza da potersi permettere di essere eccessivamente snob.
Gli uomini sono brizzolati, hanno la pancetta ma vanno in palestra per buttare giù qualche chilo, hanno il rolex e la Polo, indossano i Jekerson color cachi e le scarpe da barca (che poi cosa porti a fare le scarpe da barca se la barca non ce l'hai?). Le signore hanno i capelli biondi con i colpi di sole in evidenza, il tubino di colori pastello, le ballerine scamosciate oppure il sandalo con la zeppa di sughero, portano orecchini d'oro e il filo di perle, hanno la fede di Pomellato, la borsa di Vuitton. Enorme.
Le bambine hanno le guance rosse e le trecce, la polo di Burberry's, il passeggino Inglesina. Non piangono. Sorridono e mangiano il gelato senza sporcarsi.
Percentuale di tamarri per le vie della città: inferiore al 5%. Ammirevole. La città Mulino Bianco! Le persone si incontrano per strada e si salutano con 3 baci, gli uomini si stringono la mano mostrando i perfetti risultati dello sbiancamento dentale, si invitano a cena, si invitano al brunch domenicale. Aleggia su tutto un aura di cordialità di convenienza (ma chi sono io per dire che non si tratta di cordialità sincera? Lo spero per loro!), un alone di... di Mulino Bianco, appunto, quasi innaturale. E ti chiedi come fanno ad essere tutti così felici, così belli ed eleganti. Monza ha l'aria della piccola cittadina di provincia sulla quale, però, forse arriva, portata dal vento o vaporizzata insieme ai pesticidi, la nube intossicante milanese (e dico intossicante in senso buono..cioè diciamocelo, il milanese tipo è un pò diverso dal brianzolo, ha un che di più nevrotico, cammina almeno a 70 km/h col limite a 50, però ha anche l'aria beffarda del successo dipinta in faccia -come la "gente che sta bene" di F., appunto).
Comunque lodi a Monza, cittadina a misura d'uomo, tutto sommato. Non mi dispiacerebbe. Che i Monzesi abbiano trovato la formula per stare bene senza essere provinciali? Per essere milanesi senza vivere a Milano? Per avere l'aria buona senza vivere in campagna? Oppure sono tutti imprigionati in tante microstorie alla "Baciami ancora", e prima o poi daranno fuori di testa come Stefano Accorsi?
Gli uomini sono brizzolati, hanno la pancetta ma vanno in palestra per buttare giù qualche chilo, hanno il rolex e la Polo, indossano i Jekerson color cachi e le scarpe da barca (che poi cosa porti a fare le scarpe da barca se la barca non ce l'hai?). Le signore hanno i capelli biondi con i colpi di sole in evidenza, il tubino di colori pastello, le ballerine scamosciate oppure il sandalo con la zeppa di sughero, portano orecchini d'oro e il filo di perle, hanno la fede di Pomellato, la borsa di Vuitton. Enorme.
Le bambine hanno le guance rosse e le trecce, la polo di Burberry's, il passeggino Inglesina. Non piangono. Sorridono e mangiano il gelato senza sporcarsi.
Percentuale di tamarri per le vie della città: inferiore al 5%. Ammirevole. La città Mulino Bianco! Le persone si incontrano per strada e si salutano con 3 baci, gli uomini si stringono la mano mostrando i perfetti risultati dello sbiancamento dentale, si invitano a cena, si invitano al brunch domenicale. Aleggia su tutto un aura di cordialità di convenienza (ma chi sono io per dire che non si tratta di cordialità sincera? Lo spero per loro!), un alone di... di Mulino Bianco, appunto, quasi innaturale. E ti chiedi come fanno ad essere tutti così felici, così belli ed eleganti. Monza ha l'aria della piccola cittadina di provincia sulla quale, però, forse arriva, portata dal vento o vaporizzata insieme ai pesticidi, la nube intossicante milanese (e dico intossicante in senso buono..cioè diciamocelo, il milanese tipo è un pò diverso dal brianzolo, ha un che di più nevrotico, cammina almeno a 70 km/h col limite a 50, però ha anche l'aria beffarda del successo dipinta in faccia -come la "gente che sta bene" di F., appunto).
Comunque lodi a Monza, cittadina a misura d'uomo, tutto sommato. Non mi dispiacerebbe. Che i Monzesi abbiano trovato la formula per stare bene senza essere provinciali? Per essere milanesi senza vivere a Milano? Per avere l'aria buona senza vivere in campagna? Oppure sono tutti imprigionati in tante microstorie alla "Baciami ancora", e prima o poi daranno fuori di testa come Stefano Accorsi?
sabato 23 luglio 2011
castelli di sabbia postsbronza
E così eccoci qui.
Finito. Abbiamo espletato tutti i clichè del caso: abbiamo la foto con la tesi (però la tesi era viola!) e la corona d'alloro, le foto con la famiglia, con le amiche, stretta di mano ai professori, toghe nere, regali, sbronze, feste, margarita...manca forse solo il lancio del tocco in stile Harward (ma tra qui e Harward...).
Ok non ho intenzione di lanciarmi nell'ennesimo post nostalgico o dire qualcosa tipo "che ne sarà di me, ora?" (cosa che, per inciso, mi terrorizza...in uno dei bigliettini che accompagnavano i regali che ho ricevuto c'era scritto: "ora hai davanti la tua vita", ho pensato: "ok, calma, respira..."). Ho deciso di optare per un post leggero.
Oggi sono andata a giocare a tennis con le W.O.M. e ovviamente C. ha mostrato il suo stile a cominciare dal completino a tema Maria Sharapova. Io invece ho preferito una tenuta da shampista di Agassi. E nel tennis ho più o meno il talento che la shampista di Agassi ha nell'arte dell'acconciatura. Ho proposto una mission al lago, con canna e vermi ma le W.O.M. non erano molto entusiaste..In questa settimana di ozio ho avuto tempo per vedere un sacco di film, seguire qualche consiglio in arretrato. Prevedo di leggere tutto quello che ho accumulato in mesi di delirio, di sinusite psichica, come direbbe qualcuno.
Il fatto è che la sinusite psichica non è ancora finita. Non so. Non riesco a capire se sono ancora preda dell'ansia, se non ho ancora metabolizzato l'esperienza (in fondo è stata una cosa intensa..ci vorrà un pò per metabolizzare), se ho talmente tanta paura del dopo da non riuscire a pensare, oppure se sono ripiombata nel buio dell'anima, nell'anestesia (in)cosciente o come vogliamo chiamarla. Il fatto è che mi sento viva ad alternanza e il momento di maggior vitalità della settimana è stato ieri sera, quando il mio cervello si era preso mezza giornata di permesso per lasciar spazio alla tequila, quindi figuriamoci con quanta lucidità riesco ad immaginare dove sarò tra 2 mesi. O meglio, so dove vorrei essere tra 2 mesi, il problema è elaborare una strategia convincente per arrivarci. Cioè. Avessi studiato scienze della comunicazione, a quest'ora mi starei preparando per Venezia, starei cercando un vestito per il red carpet e tutte le star, i grandi registi e tutto l'entourage sarebbero in preda all'ansia per il giudizio della più grande e arguta critica cinematografica del mondo (scontato, no?). Avessi fatto medicina sarei all'ingresso della sala operatoria, mi starei lavando le mani, forse starei baciando un chirurgo figo come il Dr. Sheperd.... Avessi fatto lettere sarei a fare l'aperitivo con il mio editore che sta opzionando il mio secondo romanzo che si preannuncia un best seller almeno quanto il primo. Ma ho fatto giurisprudenza. E sono seduta per terra, col computer rotto che continua a fare un rumore infernale, una canzone appena scoperta a palla per la trentesima volta, con un disordine mentale almeno equivalente a quello della mia camera (chissà se anche il mio cervello archivia i pensieri a mucchi, come io archivio tutto quanto!). L'altro giorno ero da Blockbuster con C. e V. per una seduta di shopping cinematografico/letterario terapeutico e, passaggiando tra i DVD, ho pensato che avrei dovuto fare la regista. Il mio film sarebbe bellissimo. Vincerebbe un sacco di Oscar, Palme d'oro, Orsi e Leoni. E che palle giurisprudenza. Dovevo studiare cinema. Ma alla fine chi mi impedisce di scrivere un film e dirigerlo lo stesso? Lo farò. In fondo nel mio cervello ne succedono di cose strane..ci sarà pure materiale per un bel film (cioè vogliamo mettere con Avatar?). Coco Chanel ha passato la sua giovinezza in casa del suo amante a leggere romanzetti rosa, mantenuta e nell'ozio più totale. Poi a più di 30 anni, lei che aveva la reputazione della scemetta del villaggio, ha scoperto di essere Coco Chanel, destinata ad influenzare pesantemente le scelte di milioni di persone. Trota, figlio di un Ministro, uno il cui cervello si prende le ferie decisamente troppo spesso, che ha dato l'esame di maturità 3 volte, senza arte nè parte in alcuna branca utile nella vita, è consigliere regionale e guadagna decine di migliaia di euro al mese. Alla fine tutti possono sorpredere (anche se stessi). Perchè mai dovrebbe andar male a me?
Finito. Abbiamo espletato tutti i clichè del caso: abbiamo la foto con la tesi (però la tesi era viola!) e la corona d'alloro, le foto con la famiglia, con le amiche, stretta di mano ai professori, toghe nere, regali, sbronze, feste, margarita...manca forse solo il lancio del tocco in stile Harward (ma tra qui e Harward...).
Ok non ho intenzione di lanciarmi nell'ennesimo post nostalgico o dire qualcosa tipo "che ne sarà di me, ora?" (cosa che, per inciso, mi terrorizza...in uno dei bigliettini che accompagnavano i regali che ho ricevuto c'era scritto: "ora hai davanti la tua vita", ho pensato: "ok, calma, respira..."). Ho deciso di optare per un post leggero.
Oggi sono andata a giocare a tennis con le W.O.M. e ovviamente C. ha mostrato il suo stile a cominciare dal completino a tema Maria Sharapova. Io invece ho preferito una tenuta da shampista di Agassi. E nel tennis ho più o meno il talento che la shampista di Agassi ha nell'arte dell'acconciatura. Ho proposto una mission al lago, con canna e vermi ma le W.O.M. non erano molto entusiaste..In questa settimana di ozio ho avuto tempo per vedere un sacco di film, seguire qualche consiglio in arretrato. Prevedo di leggere tutto quello che ho accumulato in mesi di delirio, di sinusite psichica, come direbbe qualcuno.
Il fatto è che la sinusite psichica non è ancora finita. Non so. Non riesco a capire se sono ancora preda dell'ansia, se non ho ancora metabolizzato l'esperienza (in fondo è stata una cosa intensa..ci vorrà un pò per metabolizzare), se ho talmente tanta paura del dopo da non riuscire a pensare, oppure se sono ripiombata nel buio dell'anima, nell'anestesia (in)cosciente o come vogliamo chiamarla. Il fatto è che mi sento viva ad alternanza e il momento di maggior vitalità della settimana è stato ieri sera, quando il mio cervello si era preso mezza giornata di permesso per lasciar spazio alla tequila, quindi figuriamoci con quanta lucidità riesco ad immaginare dove sarò tra 2 mesi. O meglio, so dove vorrei essere tra 2 mesi, il problema è elaborare una strategia convincente per arrivarci. Cioè. Avessi studiato scienze della comunicazione, a quest'ora mi starei preparando per Venezia, starei cercando un vestito per il red carpet e tutte le star, i grandi registi e tutto l'entourage sarebbero in preda all'ansia per il giudizio della più grande e arguta critica cinematografica del mondo (scontato, no?). Avessi fatto medicina sarei all'ingresso della sala operatoria, mi starei lavando le mani, forse starei baciando un chirurgo figo come il Dr. Sheperd.... Avessi fatto lettere sarei a fare l'aperitivo con il mio editore che sta opzionando il mio secondo romanzo che si preannuncia un best seller almeno quanto il primo. Ma ho fatto giurisprudenza. E sono seduta per terra, col computer rotto che continua a fare un rumore infernale, una canzone appena scoperta a palla per la trentesima volta, con un disordine mentale almeno equivalente a quello della mia camera (chissà se anche il mio cervello archivia i pensieri a mucchi, come io archivio tutto quanto!). L'altro giorno ero da Blockbuster con C. e V. per una seduta di shopping cinematografico/letterario terapeutico e, passaggiando tra i DVD, ho pensato che avrei dovuto fare la regista. Il mio film sarebbe bellissimo. Vincerebbe un sacco di Oscar, Palme d'oro, Orsi e Leoni. E che palle giurisprudenza. Dovevo studiare cinema. Ma alla fine chi mi impedisce di scrivere un film e dirigerlo lo stesso? Lo farò. In fondo nel mio cervello ne succedono di cose strane..ci sarà pure materiale per un bel film (cioè vogliamo mettere con Avatar?). Coco Chanel ha passato la sua giovinezza in casa del suo amante a leggere romanzetti rosa, mantenuta e nell'ozio più totale. Poi a più di 30 anni, lei che aveva la reputazione della scemetta del villaggio, ha scoperto di essere Coco Chanel, destinata ad influenzare pesantemente le scelte di milioni di persone. Trota, figlio di un Ministro, uno il cui cervello si prende le ferie decisamente troppo spesso, che ha dato l'esame di maturità 3 volte, senza arte nè parte in alcuna branca utile nella vita, è consigliere regionale e guadagna decine di migliaia di euro al mese. Alla fine tutti possono sorpredere (anche se stessi). Perchè mai dovrebbe andar male a me?
venerdì 15 luglio 2011
In diretta dall'aula tutor
Post in diretta. Ci vuole.
Ho tagliato il cordone ombelicale. Quello che mi legava a questo posto. Ho ufficialmente eliminato la mia impronta dall'aula tutor. Ora sembra incredibilmente grande. Sembra vuota. Forse perchè più che con le nostre cose l'avevamo riempita della nostra presenza. Ora la nostra assenza non solo si vede ma si sente. Guardo la parete di fianco a me e vedo C. in piedi sul tavolo che fissa la bandiera della Svizzera con le puntine. Guardo la scrivania alla mia destra e vedo M. che litiga con V. perché non vuole provare la parrucca viola. Guardo la finestra e vedo T. che cerca di ripararla in piedi sul davanzale. Guardo la sedia vuota davanti a me e vedo C. che mangia un panino. Guardo addirittura i fili elettrici e vedo M. e C. che li fissano al pavimento con lo scotch (era una mia idea!).
Guardo fuori dalla porta e vedo il viavai di una mattina di lezione, sento le voci dei professori, sento R. che urla e che ci sgrida per il pollaio, sento l'odore della carta stampata.
Poi torno alla realtà. Vedo paura e incertezza. Emozione e... e qualcosa. Non so cosa ma qualcosa c'è. Deve esserci. Dopo, dico. Cosa c'è dopo? Sono sull'orlo del baratro e guardo giù. Lunedì qualcuno mi darà una spinta (più o meno violenta) e cadrò giù (c'era anche una canzone che diceva "cado giù"). Non dico tutto questo come polemica sterile o come lamentela, o con sguardo autocommiserativo. Lo dico con sguardo nostalgico e mi chiedo cosa sia in realtà la nostalgia. Sono sempre stata convinta che la nostalgia sia un sentimento preventivo. Qualcosa che si può provare solo vivendo un momento incredibilmente bello e, mentre lo si vive, si ha la sensazione tangibile della sua caducità e si è presi da una morsa allo stomaco pensando al prossimo futuro in cui la bellezza del momento sarà solo un ricordo. Ora vivo tutti quei ricordi. Tutto ciò che l'esperienza universitaria mi ha dato in termini umani più che in termini culturali. Mi chiedo se sia davvero importante il lato umano di questa esperienza, dal momento che nessun datore di lavoro mi chiederà mai di esporre la mia esperienza umana. Ma poi mi rispondo che preferisco aver vissuto tutta l'umanità possibile prima di non potermelo più permettere.
Ho tagliato il cordone ombelicale. Quello che mi legava a questo posto. Ho ufficialmente eliminato la mia impronta dall'aula tutor. Ora sembra incredibilmente grande. Sembra vuota. Forse perchè più che con le nostre cose l'avevamo riempita della nostra presenza. Ora la nostra assenza non solo si vede ma si sente. Guardo la parete di fianco a me e vedo C. in piedi sul tavolo che fissa la bandiera della Svizzera con le puntine. Guardo la scrivania alla mia destra e vedo M. che litiga con V. perché non vuole provare la parrucca viola. Guardo la finestra e vedo T. che cerca di ripararla in piedi sul davanzale. Guardo la sedia vuota davanti a me e vedo C. che mangia un panino. Guardo addirittura i fili elettrici e vedo M. e C. che li fissano al pavimento con lo scotch (era una mia idea!).
Guardo fuori dalla porta e vedo il viavai di una mattina di lezione, sento le voci dei professori, sento R. che urla e che ci sgrida per il pollaio, sento l'odore della carta stampata.
Poi torno alla realtà. Vedo paura e incertezza. Emozione e... e qualcosa. Non so cosa ma qualcosa c'è. Deve esserci. Dopo, dico. Cosa c'è dopo? Sono sull'orlo del baratro e guardo giù. Lunedì qualcuno mi darà una spinta (più o meno violenta) e cadrò giù (c'era anche una canzone che diceva "cado giù"). Non dico tutto questo come polemica sterile o come lamentela, o con sguardo autocommiserativo. Lo dico con sguardo nostalgico e mi chiedo cosa sia in realtà la nostalgia. Sono sempre stata convinta che la nostalgia sia un sentimento preventivo. Qualcosa che si può provare solo vivendo un momento incredibilmente bello e, mentre lo si vive, si ha la sensazione tangibile della sua caducità e si è presi da una morsa allo stomaco pensando al prossimo futuro in cui la bellezza del momento sarà solo un ricordo. Ora vivo tutti quei ricordi. Tutto ciò che l'esperienza universitaria mi ha dato in termini umani più che in termini culturali. Mi chiedo se sia davvero importante il lato umano di questa esperienza, dal momento che nessun datore di lavoro mi chiederà mai di esporre la mia esperienza umana. Ma poi mi rispondo che preferisco aver vissuto tutta l'umanità possibile prima di non potermelo più permettere.
martedì 5 luglio 2011
La Teoria dello Gnorri
L'argomento di oggi è la comunicazione. Io e V. abbiamo deciso che tutte queste benedette teorie che elaboriamo ogni giorno ingurgitando litri di caffè durante le ormai celeberrime riunioni della S.P.A (Studenti Perduti Anonimi) vanno rese eterne attraverso il mezzo della scrittura. Sono talmente tante che potremmo scriverci un libro (e non è escluso che in preda alla sbronza post lauream lo faremo davvero!).
Intanto mi sento di condividere qui la teoria della comunicazione. O meglio, la Teoria dello Gnorri.
La Teoria dello Gnorri si può riassumere nell'enunciato: meno dici più comunichi. A conferma di quanto sostenevo qualche tempo fa sul silenzio, commentando non mi ricordo quale film di Kieslowsky (forse La Doppia Vita di Veronica). In un silenzio c'è sempre un significato nascosto. Ciò che non dico può essere interpretato, i buchi del mio discorso possono essere riempiti dal mio interlocutore. Problema: il mio interlocutore li può riempire a sua discrezione e ammetto che il potere della telepatia funziona solo con certe persone, quindi non sempre il gioco "fill the gap" funziona. Esempio: Sono in università, piove a dirotto, tuona e lampeggia. Mando un SMS alla mamma: "Porto a casa V. perchè piove". Nelle mie intenzioni volevo comunicare: "Prendo la macchina e accompagno V. a casa sua, evitandole di prendere il pullman, perchè con questa pioggia si rischia di annegare nei tombini". La mamma ha capito "Io e V. veniamo a casa (mia) finchè non spiove". Morale mezzora dopo sono stata sommersa di SMS "dove siete?".
Ora, tralasciando il fatto che un SMS è per natura poco comunicativo, penso che siamo talmente abituati a dare certe cose per scontate, per sottintese, per ovvie, che lasciamo dei gap di pensiero alla libera interpretazione dell'interlocutore, cosa che può rivelarsi molto pericolosa.
Generalmente comunque, se usata con la testa e con consapevolezza (diciamo più che altro con dolo), la Teoria dello Gnorri funziona eccome. Mettere un silenzio al posto giusto dice più di mille spiegazioni. E' lo stesso principio per cui se qualcuno afferma e io non nego si forma una verità, si forma un giudicato. Se mando una mail e non ricevo risposta posso pensare di tutto (ultimamente sono arrivata anche a concepire storture come il silenzio assenso...la disperazione..). Se faccio una domanda e ricevo una risposta parziale (e quindi un silenzio parziale) posso cogliere in fallo il mio interlocutore. Se non scrivo una clausola in un contratto, se non inserisco un comma in un articolo, poi devo andare a far interpretare il silenzio dall'avvocato.
In quinta ginnasio, la prof di italiano ci aveva assegnato un tema sul silenzio. Io avevo visto il lato "banale" del silenzio, il silenzio in senso lato. Avevo immaginato la situazione: sono da sola e non vola una mosca, cosa provo? (detto per inciso, avevo preso un gran bel voto, e anche un giudizio molto lusinghiero...). Oggi scriverei di come le parole sono effettivamente sopravvalutate, di come a volte sia sufficiente uno sguardo per comunicare un intero concetto (e con V. capita spesso), di come sia assolutamente e imprescindibilmente inevitabile riempire i silenzi degli altri con qualcosa di nostro, di solito con i nostri perchè. Di come ci preoccupiamo continuamente di comunicare stati, messaggi, post sui blog... Ma diciamocelo: ho ricevuto molti più messaggi che mi chiedevano perchè da un pò di tempo a questa parte scrivo meno, di quanti ne abbia ricevuti per i miei frequenti post.
Intanto mi sento di condividere qui la teoria della comunicazione. O meglio, la Teoria dello Gnorri.
La Teoria dello Gnorri si può riassumere nell'enunciato: meno dici più comunichi. A conferma di quanto sostenevo qualche tempo fa sul silenzio, commentando non mi ricordo quale film di Kieslowsky (forse La Doppia Vita di Veronica). In un silenzio c'è sempre un significato nascosto. Ciò che non dico può essere interpretato, i buchi del mio discorso possono essere riempiti dal mio interlocutore. Problema: il mio interlocutore li può riempire a sua discrezione e ammetto che il potere della telepatia funziona solo con certe persone, quindi non sempre il gioco "fill the gap" funziona. Esempio: Sono in università, piove a dirotto, tuona e lampeggia. Mando un SMS alla mamma: "Porto a casa V. perchè piove". Nelle mie intenzioni volevo comunicare: "Prendo la macchina e accompagno V. a casa sua, evitandole di prendere il pullman, perchè con questa pioggia si rischia di annegare nei tombini". La mamma ha capito "Io e V. veniamo a casa (mia) finchè non spiove". Morale mezzora dopo sono stata sommersa di SMS "dove siete?".
Ora, tralasciando il fatto che un SMS è per natura poco comunicativo, penso che siamo talmente abituati a dare certe cose per scontate, per sottintese, per ovvie, che lasciamo dei gap di pensiero alla libera interpretazione dell'interlocutore, cosa che può rivelarsi molto pericolosa.
Generalmente comunque, se usata con la testa e con consapevolezza (diciamo più che altro con dolo), la Teoria dello Gnorri funziona eccome. Mettere un silenzio al posto giusto dice più di mille spiegazioni. E' lo stesso principio per cui se qualcuno afferma e io non nego si forma una verità, si forma un giudicato. Se mando una mail e non ricevo risposta posso pensare di tutto (ultimamente sono arrivata anche a concepire storture come il silenzio assenso...la disperazione..). Se faccio una domanda e ricevo una risposta parziale (e quindi un silenzio parziale) posso cogliere in fallo il mio interlocutore. Se non scrivo una clausola in un contratto, se non inserisco un comma in un articolo, poi devo andare a far interpretare il silenzio dall'avvocato.
In quinta ginnasio, la prof di italiano ci aveva assegnato un tema sul silenzio. Io avevo visto il lato "banale" del silenzio, il silenzio in senso lato. Avevo immaginato la situazione: sono da sola e non vola una mosca, cosa provo? (detto per inciso, avevo preso un gran bel voto, e anche un giudizio molto lusinghiero...). Oggi scriverei di come le parole sono effettivamente sopravvalutate, di come a volte sia sufficiente uno sguardo per comunicare un intero concetto (e con V. capita spesso), di come sia assolutamente e imprescindibilmente inevitabile riempire i silenzi degli altri con qualcosa di nostro, di solito con i nostri perchè. Di come ci preoccupiamo continuamente di comunicare stati, messaggi, post sui blog... Ma diciamocelo: ho ricevuto molti più messaggi che mi chiedevano perchè da un pò di tempo a questa parte scrivo meno, di quanti ne abbia ricevuti per i miei frequenti post.
mercoledì 29 giugno 2011
Complemento di onore
L'ho ritrovata! Dopo lunga ricerca ho ritrovato quella lettera pubblicata su Varesenews di cui forse ho parlato, in passato, anche in questa sede.
Studentessa Italiana lamentava, a suo tempo, che l'Insubria avesse esposto un avviso per comunicare la sospensione delle lezioni "a causa" e non "in onore" delle celebrazioni per l'Unità d'Italia. Scandalo! Posizione politica! Ne risponda il Rettore!
Ora, Studentessa Italiana, chiunque tu sia, non hai nulla da fare se non controllare la grammatica degli avvisi dell'Insubria? Confesso, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. L'avviso l'ho scritto io. A due ore scarse dalla chiusura dell'ufficio, R. mi ha detto: "scrivi un avviso per la sospensione delle lezioni" e io l'ho scritto. Senza pormi troppi problemi sulla forma, sinceramente. Ho scritto "a causa" pensando ad un complemento di causa da riferire alla sospensione delle lezioni. Visto che ancora la nostra grammatica non prevede un complemento di onore (e grazie al cielo, altrimenti alcuni ne farebbero un uso spropositato!).
Mai più avrei pensato che qualcuno potesse ricondurre un misero avviso esposto in bacheca alla espressa volontà dei piani alti! Questo per rassicurarti, Studentessa Italiana. La tua università è patriottica e santifica le feste (anche quelle civili), non preoccuparti. Se poi ti riconoscessi in questo post e volessi venire a parlarne di persona, mi trovi in aula tutor tutte le mattine.
Cambiando discorso...Sto impazzendo. Davvero. Ho fatto una settimana a non mangiare e non dormire. Sarà l'amore, direte voi. No, sarà la tesi! Ormai ho ripetuto questa parola tante di quelle volte che non ha più senso. Tesi tesi tesi tesi. Chi mi sta intorno mi odia, non mi sopporta più perchè sono diventata una specie di bomba che esplode senza nemmeno accendere la miccia. Passo le giornate davanti al computer, cerco di far funzionare il cervello, di fare il punto della situazione (invano) e finisco per scaricare la mia frustrazione su questo blog. Alla fine serve anche a questo, no? Tutta la paura di cui parlavo negli scorsi post si è trasformata in ansia. Trasudo ansia. E con questo caldo è peggio, perchè trasudo anche nervoso. Nervoso e ansia. Senza la minima percezione dei miei comportamenti. Perchè mi rendo conto che a volte sono davvero cattiva, ma non ci posso fare nulla. Non riesco a parlare di niente. Non voglio parlare di vacanze, di luglio, di TESI, di laurea, di diritto amministrativo, di libri, di scuola, di lavoro, di futuro, di presente, di passato, di filosofia, del tempo, della perdita di tempo, di gare di regolarità, di Varese Campo dei Fiori e nemmeno di Lumezzane (che è a settembre), di casa, di pratica, di feste, di conviviali, di segretari rac, di compleanni, di programmi, di scadenziari e mansionari...Capite che, alla fine, gli argomenti di cui parlare rimangono veramente pochi. E non è detto che una volta intrapresi non finiscano direttamente nella lista nera. Chissà cosa si prova nel prendere la consapevolezza che la scuola è finita. Ma finita per davvero. Che non ricomincerà mai più, che settembre sarà solo un mese come un altro nel rullo che annualmente ci schiaccia...Forse è anche per questo che mi piacerebbe insegnare, perchè la scuola, in generale, ha avuto un peso talmente preponderante nella mia vita che non riesco a distaccarmene. La scuola è una sicurezza, una specie di guscio brutto e cadente, con crepe e impalcature, ma accogliente e mio. Mi ricordo che L., durante una delle prime lezioni di diritto romano aveva detto che lui invecchiava mentre noi avevamo sempre la stessa età. Era vero, e sul momento non ci avevo fatto caso. Finchè sei a scuola subisci una crescita controllata: sai che entri ad una certa età e che, se tutto va bene, esci ad una certa altra età. Ma uscita dall'università comincerò ad invecchiare (e spero che non succeda, come sostiene qualcuno, che le donne, dopo la laurea passano da "ragazze" a "vecchie"...) sul serio. Sarò nella schiera di quelli che crescono. Non più Isola che non c'è, ma triste realtà. E allora, per un logico procedimento di sillogismo, non credete sia giusto che passi dall'altra parte della cattedra?
Studentessa Italiana lamentava, a suo tempo, che l'Insubria avesse esposto un avviso per comunicare la sospensione delle lezioni "a causa" e non "in onore" delle celebrazioni per l'Unità d'Italia. Scandalo! Posizione politica! Ne risponda il Rettore!
Ora, Studentessa Italiana, chiunque tu sia, non hai nulla da fare se non controllare la grammatica degli avvisi dell'Insubria? Confesso, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. L'avviso l'ho scritto io. A due ore scarse dalla chiusura dell'ufficio, R. mi ha detto: "scrivi un avviso per la sospensione delle lezioni" e io l'ho scritto. Senza pormi troppi problemi sulla forma, sinceramente. Ho scritto "a causa" pensando ad un complemento di causa da riferire alla sospensione delle lezioni. Visto che ancora la nostra grammatica non prevede un complemento di onore (e grazie al cielo, altrimenti alcuni ne farebbero un uso spropositato!).
Mai più avrei pensato che qualcuno potesse ricondurre un misero avviso esposto in bacheca alla espressa volontà dei piani alti! Questo per rassicurarti, Studentessa Italiana. La tua università è patriottica e santifica le feste (anche quelle civili), non preoccuparti. Se poi ti riconoscessi in questo post e volessi venire a parlarne di persona, mi trovi in aula tutor tutte le mattine.
Cambiando discorso...Sto impazzendo. Davvero. Ho fatto una settimana a non mangiare e non dormire. Sarà l'amore, direte voi. No, sarà la tesi! Ormai ho ripetuto questa parola tante di quelle volte che non ha più senso. Tesi tesi tesi tesi. Chi mi sta intorno mi odia, non mi sopporta più perchè sono diventata una specie di bomba che esplode senza nemmeno accendere la miccia. Passo le giornate davanti al computer, cerco di far funzionare il cervello, di fare il punto della situazione (invano) e finisco per scaricare la mia frustrazione su questo blog. Alla fine serve anche a questo, no? Tutta la paura di cui parlavo negli scorsi post si è trasformata in ansia. Trasudo ansia. E con questo caldo è peggio, perchè trasudo anche nervoso. Nervoso e ansia. Senza la minima percezione dei miei comportamenti. Perchè mi rendo conto che a volte sono davvero cattiva, ma non ci posso fare nulla. Non riesco a parlare di niente. Non voglio parlare di vacanze, di luglio, di TESI, di laurea, di diritto amministrativo, di libri, di scuola, di lavoro, di futuro, di presente, di passato, di filosofia, del tempo, della perdita di tempo, di gare di regolarità, di Varese Campo dei Fiori e nemmeno di Lumezzane (che è a settembre), di casa, di pratica, di feste, di conviviali, di segretari rac, di compleanni, di programmi, di scadenziari e mansionari...Capite che, alla fine, gli argomenti di cui parlare rimangono veramente pochi. E non è detto che una volta intrapresi non finiscano direttamente nella lista nera. Chissà cosa si prova nel prendere la consapevolezza che la scuola è finita. Ma finita per davvero. Che non ricomincerà mai più, che settembre sarà solo un mese come un altro nel rullo che annualmente ci schiaccia...Forse è anche per questo che mi piacerebbe insegnare, perchè la scuola, in generale, ha avuto un peso talmente preponderante nella mia vita che non riesco a distaccarmene. La scuola è una sicurezza, una specie di guscio brutto e cadente, con crepe e impalcature, ma accogliente e mio. Mi ricordo che L., durante una delle prime lezioni di diritto romano aveva detto che lui invecchiava mentre noi avevamo sempre la stessa età. Era vero, e sul momento non ci avevo fatto caso. Finchè sei a scuola subisci una crescita controllata: sai che entri ad una certa età e che, se tutto va bene, esci ad una certa altra età. Ma uscita dall'università comincerò ad invecchiare (e spero che non succeda, come sostiene qualcuno, che le donne, dopo la laurea passano da "ragazze" a "vecchie"...) sul serio. Sarò nella schiera di quelli che crescono. Non più Isola che non c'è, ma triste realtà. E allora, per un logico procedimento di sillogismo, non credete sia giusto che passi dall'altra parte della cattedra?
mercoledì 22 giugno 2011
L'armonia
Grazie Lucy (http://lucyofftheblues.blogspot.com/2011/06/blogs.html). Davvero, il tuo post mi ha offerto nuovi spunti. Ho riflettuto su un paio di cosette e approfitto del fatto che sono divorata dall'insonnia per rispondere (non so quanto, di quello che scriverò, avrà ancora senso tra qualche ora...chiedo venia per questo).
Ho pensato primariamente agli stereotipi. Barbie, Ken, Cenerentola, Biancaneve, Azzurro di Shrek...cosa c'è di vero? Siamo davvero tutti riconducibili a poche categorie prestampate? Oppure possiamo definirci individui apieno titolo? Siamo qualcosa di speciale o, alla fine, l'estremo dell'anticonformismo è il coformismo? Provo a spiegarmi con un esempio: da che mondo è mondo la gente fa figli. Miliardi di neonati nel mondo e nella storia. Ogni giorno genitori sull'orlo di una crisi di nervi combattono contro l'ultima mania di adolescenti pretenziosi e viziati, entrando in un tunnel di routine stritolante (e già questa affermazione non si addice ad un discorso che vuole dimostrare l'inservibilità degli stereotipi..). Eppure, ogni giorno ci sono miliardi di coppie che decidono di avere un figlio al grido "il nostro sarà diverso". Dolce illusione. Lo stesso vale per le storie d'amore. "La nostra è diversa, noi siamo speciali". Ma perchè? Credo che l'unica differenza rispetto a tutte le altre storie d'amore del mondo siano i protagonisti. Per questo mi piace pensare che le esperienze siano importanti e, fondamentalmente, siano le colpevoli delle differenze che, grazie al cielo, ci caraterizzano. Le decine di esperienze che si possono provare nella vita, moltiplicate per il numero di reazioni alle stesse che ognuno può avere, pari al numero di individui presenti sulla faccia della Terra, danno un numero di possibilità che si avvicina molto (se non la raggiunge) all'imprevedibilità.
E se siamo davvero tutti legati da questo fil rouge, da questa equazione I = E x Rn (Imprevedibilità = Esperienza x Reazioni elevate ala n), come possiamo capire qual'è il modo giusto di comportaci in relazione agli altri? Voglio dire, in che misura il maschietto che punta al cervello della stragnocca sa che otterrà qualcosa? Che ne sa che, per quella stragnocca in particolare, un complimento alle sue scarpe nuove vale più di mille citazioni filosofiche? Vale anche il contrario naturalmente: che ne sa, il maschietto in questione, che la stragnocca preferisce sentire una conferenza sul tema "Essere ed essenza. Dare o avere. Corrispondenze biunivoche in un mondo a senso unico", piuttosto che sentirsi dire che ha dei bei capelli? Funziona anche con la bruttina: ti trovi davanti un topo di biblioteca e attacchi con la tiritera dell'essere/essenza, salvo scoprire che la sua priorità era sentire le lodi della profondità dei suoi fondi di bottiglia. Tutto questo per dire, in chiave anche un pò scherzosa, dai, non prendiamoci troppo sul serio, che la cosa più bella, in una relazione umana (amorosa, amichevole o altro) è l'imprevedibilità. Fa parte delle regole del gioco. Anzi è proprio questo il gioco! Vince chi attraversa tutto il campo minato senza scoppiare per aria, chi attraversa il fossato senza svegliare i coccodrilli. Mentre mi rigiravo nel letto, prima di cedere definitivamente alla mancanza assoluta di sonno, ho pensato ad una bella metafora.
Io non mi intendo di musica, tecnicamente parlando. Da bambina dovevo essere abbastanza portata, ma questa mia inclinazione non è mai stata coltivata, sta di fatto che il mio approccio al pianoforte si limita a saper suonare "Oh Susanna!" con i tasti neri...Però ogni tanto mi diverto a mattermi alla prova, e vedere se sono capace di riprodurre un motivetto a orecchio (in pieno stile "pestanote" usando solo l'indice). Provo a schiacciare un tasto e vedo se ci sta bene, nell'economia del mio motivetto (ultimamente sono in trip con la musichetta della Barilla - anni '80 nostalgia...), lo riprovo, pr vedere se suona bene, poi vado avanti, accosto un pò di suoni fino a sentire qualcosa che si avvicina alla musichetta desiderata. Ecco, credo che una relazione umana sia un pò così, come una musica suonata a orecchio, dove i protagonisti sono mano destra e mano sinistra, e cercano dicreare l'armonia del brano senza avere nessuno spartito, senza sapere se stanno suonando la "Sonata al chiaro di luna" o la musichetta della Barilla, spesso sbagliando tasto e creando una stonatura. Ma siccome dalle mie ultime elucubrazioni è emerso che il mondo oggettivo non esiste, chi ci dice che quella che per tutti è una stonatura, nell'economia di un rapporto non si armonizzi alla perfezione?
Ho pensato primariamente agli stereotipi. Barbie, Ken, Cenerentola, Biancaneve, Azzurro di Shrek...cosa c'è di vero? Siamo davvero tutti riconducibili a poche categorie prestampate? Oppure possiamo definirci individui apieno titolo? Siamo qualcosa di speciale o, alla fine, l'estremo dell'anticonformismo è il coformismo? Provo a spiegarmi con un esempio: da che mondo è mondo la gente fa figli. Miliardi di neonati nel mondo e nella storia. Ogni giorno genitori sull'orlo di una crisi di nervi combattono contro l'ultima mania di adolescenti pretenziosi e viziati, entrando in un tunnel di routine stritolante (e già questa affermazione non si addice ad un discorso che vuole dimostrare l'inservibilità degli stereotipi..). Eppure, ogni giorno ci sono miliardi di coppie che decidono di avere un figlio al grido "il nostro sarà diverso". Dolce illusione. Lo stesso vale per le storie d'amore. "La nostra è diversa, noi siamo speciali". Ma perchè? Credo che l'unica differenza rispetto a tutte le altre storie d'amore del mondo siano i protagonisti. Per questo mi piace pensare che le esperienze siano importanti e, fondamentalmente, siano le colpevoli delle differenze che, grazie al cielo, ci caraterizzano. Le decine di esperienze che si possono provare nella vita, moltiplicate per il numero di reazioni alle stesse che ognuno può avere, pari al numero di individui presenti sulla faccia della Terra, danno un numero di possibilità che si avvicina molto (se non la raggiunge) all'imprevedibilità.
E se siamo davvero tutti legati da questo fil rouge, da questa equazione I = E x Rn (Imprevedibilità = Esperienza x Reazioni elevate ala n), come possiamo capire qual'è il modo giusto di comportaci in relazione agli altri? Voglio dire, in che misura il maschietto che punta al cervello della stragnocca sa che otterrà qualcosa? Che ne sa che, per quella stragnocca in particolare, un complimento alle sue scarpe nuove vale più di mille citazioni filosofiche? Vale anche il contrario naturalmente: che ne sa, il maschietto in questione, che la stragnocca preferisce sentire una conferenza sul tema "Essere ed essenza. Dare o avere. Corrispondenze biunivoche in un mondo a senso unico", piuttosto che sentirsi dire che ha dei bei capelli? Funziona anche con la bruttina: ti trovi davanti un topo di biblioteca e attacchi con la tiritera dell'essere/essenza, salvo scoprire che la sua priorità era sentire le lodi della profondità dei suoi fondi di bottiglia. Tutto questo per dire, in chiave anche un pò scherzosa, dai, non prendiamoci troppo sul serio, che la cosa più bella, in una relazione umana (amorosa, amichevole o altro) è l'imprevedibilità. Fa parte delle regole del gioco. Anzi è proprio questo il gioco! Vince chi attraversa tutto il campo minato senza scoppiare per aria, chi attraversa il fossato senza svegliare i coccodrilli. Mentre mi rigiravo nel letto, prima di cedere definitivamente alla mancanza assoluta di sonno, ho pensato ad una bella metafora.
Io non mi intendo di musica, tecnicamente parlando. Da bambina dovevo essere abbastanza portata, ma questa mia inclinazione non è mai stata coltivata, sta di fatto che il mio approccio al pianoforte si limita a saper suonare "Oh Susanna!" con i tasti neri...Però ogni tanto mi diverto a mattermi alla prova, e vedere se sono capace di riprodurre un motivetto a orecchio (in pieno stile "pestanote" usando solo l'indice). Provo a schiacciare un tasto e vedo se ci sta bene, nell'economia del mio motivetto (ultimamente sono in trip con la musichetta della Barilla - anni '80 nostalgia...), lo riprovo, pr vedere se suona bene, poi vado avanti, accosto un pò di suoni fino a sentire qualcosa che si avvicina alla musichetta desiderata. Ecco, credo che una relazione umana sia un pò così, come una musica suonata a orecchio, dove i protagonisti sono mano destra e mano sinistra, e cercano dicreare l'armonia del brano senza avere nessuno spartito, senza sapere se stanno suonando la "Sonata al chiaro di luna" o la musichetta della Barilla, spesso sbagliando tasto e creando una stonatura. Ma siccome dalle mie ultime elucubrazioni è emerso che il mondo oggettivo non esiste, chi ci dice che quella che per tutti è una stonatura, nell'economia di un rapporto non si armonizzi alla perfezione?
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