Ormai lo sappiamo. Gli italiani non hanno più spirito nzionalistico. La mia mamma mi racconta che quando era piccola, la sua nonna le faceva le trecce e alle estremità usava legare due nastrini tricolori. Era una cosa normale, oggi, se una bambina va in giro con i nastrini tricolori in una gionata in cui non gioca la nazionale sembra figlia di pazzi estremisti. D'altronde noi siamo tutti Presidenti del Consiglio e CT della nazionale. Le nostre bocche (la mia non tanto, in effetti) sono piene di "se fossi in lui...", "io farei...", "sostituisci Cassano...", "io avrei fatto ministro mia nonna..." etc etc.
Però guardare Frangilli, oggi, è stato davvero forte. Cioè, in tempi non sospetti, Frangilli, non sappiamo nemmeno chi è. Da spasera Frangilli è un eroe. E' quello che ha tirato una freccia e ha fatto centro. Il Cupido di tutti noi (anzi, credo che se Cupido fosse Frangilli, le cose andrebbero meglio per tutti!). Ha pianto mentre suonava l'inno della sua Nazione, mentre la bandiera sventolava sull'asta, e stringeva in mano la medaglia d'oro. Non credo che sia per spirito nazionalista o di patriottismo, semplicemente credo che abbia raggiunto un grande risultato personale, un traguardo del suo impegno, come le tre spadaccine stanno facendo proprio ora, mentre scrivo. Di certo non possono unirci a loro la fatica, il sudore, le lacrime e le rinunce che hanno subito in questi anni per arrivare dove sono ma, credo, nonostante la distanza, siamo tutti fieri di loro allo stesso modo. Li ammiriamo i nostri atleti. Li guardiamo tenendo in mente la musica di "Momenti di gloria", sentiamo la loro fatica, all'ultima freccia, all'ultima stoccata, all'ultimo volteggio, all'ultima bracciata, all'ultima schiacciata, sentiamo il loro sussulto e la loro emozione, viviamo con loro l'avventura delle olimpiadi, una volta ogni quattro anni almeno.
E poi lo sport, l'unione tra i popoli, il messaggio di uguaglianza, l'importante è partecipare ma chi vince si prende la gloria...
Adoro le Olimpiadi, mi emoziono ogni volta che vedo qualcuno che vince, mi sembra di essere partecipe delle sue fatiche e mi salgono le lacrime quando alzano le medaglie al cielo e parte l'inno nazionale. Penso che i connazionali saranno fieri di loro, che la loro mamma starà piangendo sugli spalti dicendo al vicono: "quello è mio figlio".
Bello, davvero bello. Anche per una poco sportiva come me. Una grande emozione. E se i vincitori portano alto il tricolore, penso che almeno questo lo sappiamo fare bene. E siccome poi tutto il mondo è paese, mi sa che al resto del mondo rode di più che tre italiane si siano aggiudicate il medagliere completo nella scherma, piuttosto che le borse oscillino pericolosamente.
sabato 28 luglio 2012
mercoledì 25 luglio 2012
Ragazze, moto e liceo
Primo post dall iPad! Cioè non ricordo se ho già scritto post dall iPad... Poco male.
Allora... Il titolo di questo brano (brano...che parolona..), vuole rievocare le canzoni di Max. Si, le avete presenti (se ne avete presente una va più che bene, combinate queste tre parole in alternanza tra loro e otterrete le altre)? Cioè io non ho nulla contro le canzoni di Max, anzi, io adoro Max! É che dopo venti o più anni di carriera può capitare, come dire, di ripetersi. Di trattare sempre gli stessi argomenti. Lo vedo anche io nel piccolo di questo blog, é difficile rinnovarsi sempre, si scade sempre negli stessi temi, alla fine si rischia di farli diventare banali, ed é un peccato perché non lo sono! Peró, caro Max, arrivare anche a reppare sui tuoi tre accordi con j ax mi sembra un po' eccessivo..non so se avete sentito la canzone, é a meta tra "gli anni" e "decadance", ma con i tre accordi di Max.
Comunque in questo post non volevo parlare di Max (che comunque adoro, ci tengo a ribadirlo), ma della gente. La grandissima mia Martini diceva: "sai la gente é matta, forse troppo insoddisfatta, cambia idea continuamente". Beh é vero! La gente cambia idea ad una velocità spaventosa, un giorno é sul melo un giorno é sul pero, come dice la mia mamma. Anche io cambio idea spesso eh, é facoltà di ognuno cambiare idea, ma mi sembra che ultimamente stiamo raggiungendo livelli patologici. Mi ci metto dentro anche io, le mie idee si alternano alla velocità della luce.mah. Non saprei spiegare perché. Rassicuro tutti i lettori:non ho cambiato idea su punti fondamentali della mia vita é che forse mi sto ammalando, come dice Barney di teddaggine. Sono passata dall essere lily, all essere robin, per finire qui ad essere ted. Ma un ted meno ted, non so se mi spiego.. Spero di non raggiungere mai il livello marshall, li sarebbe veramente un problema. Nel caso chiedo a tutti voi di ricondurmi ad una dimensione realistica Dell amore!
In conclusione di questo pessimo post, vi chiedo scusa per gli errori di battitura...non sono molto pratica con questa tastiera, l iPad corregge automaticamente le parole che non gli piacciono e non so fare le maiuscole...é troppo intelligente, abbiate pazienza...
mercoledì 18 luglio 2012
Ritorno dall'Isola che non c'è
Un anno fa non faceva così caldo. Cioè caldo faceva caldo ma non così. Dimostrazione che l'effetto serra sta devastando il nostro pianeta e che entro il 21 dicembre i ghiacci polari si scioglieranno e ci sommergeranno. Cavoli tutto questo studio per niente. Non farò in tempo nemmeno a provarlo questo fantomatico mefistofelico esame di abilitazione alla professione forense. Peccato, sono quelle esperienze che prima o poi uno deve provare.
Dicevo che un anno fa in effetti più o meno a quest ora pioveva di brutto. Cioè era una pioggia strana. Pioveva un pò con il sole. Però veniva gù bene. A Mustonate si era addirittura formata una enorme pozzanghera in cui le macchine rimanevano impantanate. E noi eravamo nel gabbiotto a ripararci e bere tè caldo. E ridevamo delle macchine che si impantanavano (di gusto).
Un anno fa avevo 23 anni. Ora ne ho quasi 25. Mi sembra che siano passati 2 anni in uno solo. Invece ne è passato uno. La mia qualifica professionale e culturale compie oggi ufficialmente un anno. Piiiiicola, lei!
Un anno fa, uscita da lì, sentivo addosso un senso di onnipotenza che non credo proverò mai più. L'immagine che mi viene in mente è quella di un'altalena che viene spinta e dondola, dondola, dondola finchè, per inerzia, si ferma. Ecco un anno fa, qualcuno ha dato una spinta alla mia altalena facendomi entrare in un dondolio non sempre piacevole di incertezza e salti nel vuoto, di "lasciati andare" di "vivilo finchè puoi". Ora l'altalena ha dondolato dondolato dondolato e io ho anche un pò di nausea, soffro pure il mal di mare, rimanere un anno a dondolare sull'altalena non è esattamente il mio ideale. Ripenso ad un anno fa, alle promesse che avevamo fatto su quel sagrato, a quali abbiamo mantenuto e quali no. Ai miei supereroi, alle persone che non conoscevo e ora conosco e si sono ingarbugliate nel groviglio che è la mia esistenza non sempre in eleganti fiocchi ma, più spesso, in nodi gordiani (V. apprezzerà la metafora) inestricabili, tipo quelli che si formano sulle cuffie dell'ipod quando le metto in bosa senza arrotolarle.
Penso alle esperienze che ho vissuto nella realtà a quelle che ho vissuto nella mia immaginazione, a quelle che ho immaginato in maniera talmente forte da essermi convinta che siano successe davvero. Penso ai salti nel vuoto che ho fatto e a quelli che non ho avuto il coraggio di fare. Ai luoghi di cui ora conosco i colori e gli odori mentre un anno fa non ne conoscevo nemmeno l'esistenza. Penso alle cose che ho imparato e che non credevo che avrei mai potuto imparare, alle ambizioni che ho e che non credevo di poter avere.
Ho sempre pensato che nella vita c'è un momento per formarsi e uno per contribuire. Noi, piccoli giovani praticanti nemmeno abilitati siamo un pò in una fase intermedia in cui contribuiamo formandoci e ci formiamo contribuendo. Ma questa è una cosa che un anno fa avevo messo in conto.
Ora però, sento il bisogno che il dondolio dell'altalena rallenti. Che si fermi per un pò. Che possa trovare una dimensione. Qualunque dimensione. Purchè sia una dimensione non dondolante. Basta dondolare. Credo che questo anno così intenso e così particolare lo terrò sempre in un cantuccio di me, dove custodirò la persona che sono stata finora e che, inevitabilmente costituirà la chiave di volta della mia personalità. Ma l'adolescenza è finita da un pezzo. Forse solo ora me ne accorgo. Non è che stia dicendo che sono vecchia o cose del genere, o che da domani bisogna diventare persone serie etc etc. No, sto parlando di qualcosa di più intimo, che forse nel breve periodo non influenza il quotidiano, ma a lungo andare si. Non saprei nemmeno definire bene il concetto che sto cercando di esprimere. Forse può essere utile un'altra immagine.
Mi sento un pò come Wendy che fa ritorno dall'Isola che non c'è. E capisce che non c'è. Ma sa di esserci stata, e questo l'ha cambiata per sempre.
Dicevo che un anno fa in effetti più o meno a quest ora pioveva di brutto. Cioè era una pioggia strana. Pioveva un pò con il sole. Però veniva gù bene. A Mustonate si era addirittura formata una enorme pozzanghera in cui le macchine rimanevano impantanate. E noi eravamo nel gabbiotto a ripararci e bere tè caldo. E ridevamo delle macchine che si impantanavano (di gusto).
Un anno fa avevo 23 anni. Ora ne ho quasi 25. Mi sembra che siano passati 2 anni in uno solo. Invece ne è passato uno. La mia qualifica professionale e culturale compie oggi ufficialmente un anno. Piiiiicola, lei!
Un anno fa, uscita da lì, sentivo addosso un senso di onnipotenza che non credo proverò mai più. L'immagine che mi viene in mente è quella di un'altalena che viene spinta e dondola, dondola, dondola finchè, per inerzia, si ferma. Ecco un anno fa, qualcuno ha dato una spinta alla mia altalena facendomi entrare in un dondolio non sempre piacevole di incertezza e salti nel vuoto, di "lasciati andare" di "vivilo finchè puoi". Ora l'altalena ha dondolato dondolato dondolato e io ho anche un pò di nausea, soffro pure il mal di mare, rimanere un anno a dondolare sull'altalena non è esattamente il mio ideale. Ripenso ad un anno fa, alle promesse che avevamo fatto su quel sagrato, a quali abbiamo mantenuto e quali no. Ai miei supereroi, alle persone che non conoscevo e ora conosco e si sono ingarbugliate nel groviglio che è la mia esistenza non sempre in eleganti fiocchi ma, più spesso, in nodi gordiani (V. apprezzerà la metafora) inestricabili, tipo quelli che si formano sulle cuffie dell'ipod quando le metto in bosa senza arrotolarle.
Penso alle esperienze che ho vissuto nella realtà a quelle che ho vissuto nella mia immaginazione, a quelle che ho immaginato in maniera talmente forte da essermi convinta che siano successe davvero. Penso ai salti nel vuoto che ho fatto e a quelli che non ho avuto il coraggio di fare. Ai luoghi di cui ora conosco i colori e gli odori mentre un anno fa non ne conoscevo nemmeno l'esistenza. Penso alle cose che ho imparato e che non credevo che avrei mai potuto imparare, alle ambizioni che ho e che non credevo di poter avere.
Ho sempre pensato che nella vita c'è un momento per formarsi e uno per contribuire. Noi, piccoli giovani praticanti nemmeno abilitati siamo un pò in una fase intermedia in cui contribuiamo formandoci e ci formiamo contribuendo. Ma questa è una cosa che un anno fa avevo messo in conto.
Ora però, sento il bisogno che il dondolio dell'altalena rallenti. Che si fermi per un pò. Che possa trovare una dimensione. Qualunque dimensione. Purchè sia una dimensione non dondolante. Basta dondolare. Credo che questo anno così intenso e così particolare lo terrò sempre in un cantuccio di me, dove custodirò la persona che sono stata finora e che, inevitabilmente costituirà la chiave di volta della mia personalità. Ma l'adolescenza è finita da un pezzo. Forse solo ora me ne accorgo. Non è che stia dicendo che sono vecchia o cose del genere, o che da domani bisogna diventare persone serie etc etc. No, sto parlando di qualcosa di più intimo, che forse nel breve periodo non influenza il quotidiano, ma a lungo andare si. Non saprei nemmeno definire bene il concetto che sto cercando di esprimere. Forse può essere utile un'altra immagine.
Mi sento un pò come Wendy che fa ritorno dall'Isola che non c'è. E capisce che non c'è. Ma sa di esserci stata, e questo l'ha cambiata per sempre.
giovedì 28 giugno 2012
L'Esercito delle Tenebre è in camera mia
Sono le 04.18 del mattino e vorrei esprimere tutto il mio sdegno.
Per prima cosa sappiate che l'Esercito delle Tenebre dei vampiri, pippistrelli e zanzare tigre ha stabilito il proprio quartier generale in camera mia. Ancora non ho scoperto dove, ma nn posso credere che tutto ciò che si sta dipanando sul mio corpo sia generato da un animale solo. 11, no lo ripeto 11, lo ridico ancora UNDICI punture sparse ovunque! Ho il mignolo destro grande come una zampogna e non riesco nemmeno a piegarlo, lo stesso per il quarto dito del piede sinistro, sull'insice della mano destra oltre al gonfiore c'è anche un bellissimo pallino grande come l'unghia. Poi una sul polpaccio sinistro, una sull'avambraccio, sul gomito e sul polso sinistri, rigonfiamenti irregolari, una sul polso e una vicino al gomito destri, gonfissime. Dulcis in fundo, in vero stile Twilight, c'è quella sul collo, a destra. No, cioè, ma questi prodotti dell'inferno non hanno qualcosa di meglio da fare che torturare me?! Che poi sono furbe!!! Si sono evolute! Non ti ronzano più nelle orecchie, che poi ti svegli, le cerchi e le spiaccichi!! No! Ora ti pungono e basta, così tu passi la notte a macerare nel prurito una volta qui e una volta lì, accendi la luce cerchi, non trovi, si nascondono nelle ombre, dietro i pelouches, nelle pieghe dei vestiti sulla sedia, sotto al letto... Ma pungessero l'Uomo Nero sotto al letto!! No, anche lui è scappato da qui, dal territorio dei mangiatori di sangue...Nemmeno Sqweegel vuol più stare in questa camera!
Che poi vorrei dire una cosa a quelli di Real Time:
Carissimi,
io vi adoro, lo sapete, siete la mia droga, forse è per questo che se le mefistofeliche creature vomitate dalle radici del Male mi assalgono accendo la tv e vi guardo, nella speranza di riusire almeno a chiudere gli occhi un paio d'ore.
Ecco, sappiate (questo valga come ricerca di marcketing generale) che se uno vi guarda alle 4.30 o è perchè sta tornando a casa, o è perchè sta andando a lavorare o è perchè soffre d'insonnia e vorrebbe dormire. Nel primo caso probabilmente il Tizio in questione sarà troppo ubriaco per non dormire e accende la tv solo per avere un sottofondo amico nella solitudine della notte. Nel secondo caso Tizio avrà bisogno di rimanere sveglio il tempo necessario per farsi un caffè e uscire di casa. Nel terzo caso il Tizio sono io e NON VOGLIO VEDERE PROGRAMMI SUGLI ESORCISMI E SUL DIAVOLO!!!
Grazie per l'attenzione, ora vado a continuare il mio safari alla ricerca dei generali dell'Esercito prima che il delirio si impadronisca definitivamente del mio cervello.
Per prima cosa sappiate che l'Esercito delle Tenebre dei vampiri, pippistrelli e zanzare tigre ha stabilito il proprio quartier generale in camera mia. Ancora non ho scoperto dove, ma nn posso credere che tutto ciò che si sta dipanando sul mio corpo sia generato da un animale solo. 11, no lo ripeto 11, lo ridico ancora UNDICI punture sparse ovunque! Ho il mignolo destro grande come una zampogna e non riesco nemmeno a piegarlo, lo stesso per il quarto dito del piede sinistro, sull'insice della mano destra oltre al gonfiore c'è anche un bellissimo pallino grande come l'unghia. Poi una sul polpaccio sinistro, una sull'avambraccio, sul gomito e sul polso sinistri, rigonfiamenti irregolari, una sul polso e una vicino al gomito destri, gonfissime. Dulcis in fundo, in vero stile Twilight, c'è quella sul collo, a destra. No, cioè, ma questi prodotti dell'inferno non hanno qualcosa di meglio da fare che torturare me?! Che poi sono furbe!!! Si sono evolute! Non ti ronzano più nelle orecchie, che poi ti svegli, le cerchi e le spiaccichi!! No! Ora ti pungono e basta, così tu passi la notte a macerare nel prurito una volta qui e una volta lì, accendi la luce cerchi, non trovi, si nascondono nelle ombre, dietro i pelouches, nelle pieghe dei vestiti sulla sedia, sotto al letto... Ma pungessero l'Uomo Nero sotto al letto!! No, anche lui è scappato da qui, dal territorio dei mangiatori di sangue...Nemmeno Sqweegel vuol più stare in questa camera!
Che poi vorrei dire una cosa a quelli di Real Time:
Carissimi,
io vi adoro, lo sapete, siete la mia droga, forse è per questo che se le mefistofeliche creature vomitate dalle radici del Male mi assalgono accendo la tv e vi guardo, nella speranza di riusire almeno a chiudere gli occhi un paio d'ore.
Ecco, sappiate (questo valga come ricerca di marcketing generale) che se uno vi guarda alle 4.30 o è perchè sta tornando a casa, o è perchè sta andando a lavorare o è perchè soffre d'insonnia e vorrebbe dormire. Nel primo caso probabilmente il Tizio in questione sarà troppo ubriaco per non dormire e accende la tv solo per avere un sottofondo amico nella solitudine della notte. Nel secondo caso Tizio avrà bisogno di rimanere sveglio il tempo necessario per farsi un caffè e uscire di casa. Nel terzo caso il Tizio sono io e NON VOGLIO VEDERE PROGRAMMI SUGLI ESORCISMI E SUL DIAVOLO!!!
Grazie per l'attenzione, ora vado a continuare il mio safari alla ricerca dei generali dell'Esercito prima che il delirio si impadronisca definitivamente del mio cervello.
martedì 26 giugno 2012
Cuore in affido
Oggi in Tribunale, invece di ascoltare il Giudice (si, lo ammetto...), leggevo un libro. Nel libro si diceva che il nostro corpo altro non è che una cassaforte per il cuore. Che tutto parte dal cuore, che il cuore è custode della parte più importante di noi perchè contiene le emozioni, i sentimenti, i desiderata...ed è anche la parte più forte perchè sopporta pesi enormi, come la solitudine.
Conoscete 4'33'' di John Cage? E' un componimento musicale per strumento e cuore. Il compositore da istruzioni al musicista di non suonare per un tempo stabilito in ogni movimento per un totale di 4 minuti e 33 secondi. In questa frazione temporale il musicista è come sospeso e non deve far altro che star fermo davanti al proprio strumento e ascoltare i battiti del proprio cuore. Che dicono? Suggeriscono un ritmo, una melodia? Sussurrano parole d'amore e di ricordo? Solo loro sanno cosa dice il cuore ma, da musicista a musicista, il sussuro sicuramente cambia, rendendo ogni esecuzione unica in assoluto e riempiendola, di volta in volta, della personalità di chi partecipa.
Riflettendo su questa cosa, mi è tornata in mente quella volta in cui sono andata a visitare con la mamma e il fratello non ricordo quale museo d'arte contemporanea di Milano vicino alla Bicocca (Bicocca Village?). Oltre alle varie installazioni di abiti usati e mucchi di calcinacci, oltre ai video di gabbiani al Polo Nord riprodotti in loop, c'era anche una galleria in cui si poteva entrare e, al buio, ascoltare i battiti di migliaia di cuori. All'esterno del museo c'era un gabbiotto in cui ognuno poteva essere partecipe di quest'opera e far registrare il proprio battito da riprodurre insieme agli altri nella galleria, ognuno unico ma unito agli altri per formare una specie di pulsante sentimento comune. Potevo mai rinunciare a lasciare la mia impronta in cotale monumentale opera? Certo che no. Il mio battito è ufficialmente censito e potete sentirlo, insieme agli altri, se riuscite a recuperare traccia di questa avvenieristica iniziativa. Tra l'altro l'artista si proponeva non solo di proiettare l'avventore in questa galleria di voci misteriose, ma anche di raccogliere e catalogare il maggior numero di battiti cardiaci al mondo. Una specie di collezione del cuore. Una bella idea, no? Anche io lo faccio. Ultimamente, quando trovo un cuore per strada lo fotografo. Ho un sacco di foto di cuori. Sapeste quanti ne trovo, anche per caso: coriandoli a forma di cuore per terra calpestati senza pitetà, cuori stampati sulla tazza del cuoco intravista dalla fessura della porta della cucina di un ristorante, cuori incisi sui banchi delle aule penali del Tribunale (ebbene sì, praticanti del Foro di Varese in ascolto, vi sfido a trovarlo!), l'altro giorno ho trovato anche dei cuori indirizzati ai marziani (scena surreale: io e G. che camminiamo in via Veratti e, ad un certo punto, ci atterrano davanti 3 palloncini mezzi sgonfi con attaccato un foglio recante un messaggio per i marziani...ho foto che possono provarlo).
Ma per venire al succo di questo discorso molto rosa e molto pulsante, che posso dire?
Il cuore... il cuore... sole cuore amore.
Una metafora scontata, una rima inflazionata e una parola abusata.
La voce che mi parla quando nessun altro lo fa, l'amico che sa sempre cosa è meglio per me, il famoso cassetto dei miei sogni, la custodia dei gioielli più belli e più splendenti, ma anche il serbatoio del peggiore dei veleni.
La linea intercettata dalla Procura del mio cervello, il cavallo che galoppa verso l'infinito e oltre, la vela spinta dalle note della mia musica e musicista di sinfonie composte e comprese solo dal mio petto.
Il misterioso pozzo profondo che contiene il meccanismo del quadrante del mio personalissimo orologio, il cronometro del mio tempo, il metronomo del mio ritmo.
E tutto così fragile. Esposto, come dire, alla pubblica fede. Abbiatene cura.
Conoscete 4'33'' di John Cage? E' un componimento musicale per strumento e cuore. Il compositore da istruzioni al musicista di non suonare per un tempo stabilito in ogni movimento per un totale di 4 minuti e 33 secondi. In questa frazione temporale il musicista è come sospeso e non deve far altro che star fermo davanti al proprio strumento e ascoltare i battiti del proprio cuore. Che dicono? Suggeriscono un ritmo, una melodia? Sussurrano parole d'amore e di ricordo? Solo loro sanno cosa dice il cuore ma, da musicista a musicista, il sussuro sicuramente cambia, rendendo ogni esecuzione unica in assoluto e riempiendola, di volta in volta, della personalità di chi partecipa.
Riflettendo su questa cosa, mi è tornata in mente quella volta in cui sono andata a visitare con la mamma e il fratello non ricordo quale museo d'arte contemporanea di Milano vicino alla Bicocca (Bicocca Village?). Oltre alle varie installazioni di abiti usati e mucchi di calcinacci, oltre ai video di gabbiani al Polo Nord riprodotti in loop, c'era anche una galleria in cui si poteva entrare e, al buio, ascoltare i battiti di migliaia di cuori. All'esterno del museo c'era un gabbiotto in cui ognuno poteva essere partecipe di quest'opera e far registrare il proprio battito da riprodurre insieme agli altri nella galleria, ognuno unico ma unito agli altri per formare una specie di pulsante sentimento comune. Potevo mai rinunciare a lasciare la mia impronta in cotale monumentale opera? Certo che no. Il mio battito è ufficialmente censito e potete sentirlo, insieme agli altri, se riuscite a recuperare traccia di questa avvenieristica iniziativa. Tra l'altro l'artista si proponeva non solo di proiettare l'avventore in questa galleria di voci misteriose, ma anche di raccogliere e catalogare il maggior numero di battiti cardiaci al mondo. Una specie di collezione del cuore. Una bella idea, no? Anche io lo faccio. Ultimamente, quando trovo un cuore per strada lo fotografo. Ho un sacco di foto di cuori. Sapeste quanti ne trovo, anche per caso: coriandoli a forma di cuore per terra calpestati senza pitetà, cuori stampati sulla tazza del cuoco intravista dalla fessura della porta della cucina di un ristorante, cuori incisi sui banchi delle aule penali del Tribunale (ebbene sì, praticanti del Foro di Varese in ascolto, vi sfido a trovarlo!), l'altro giorno ho trovato anche dei cuori indirizzati ai marziani (scena surreale: io e G. che camminiamo in via Veratti e, ad un certo punto, ci atterrano davanti 3 palloncini mezzi sgonfi con attaccato un foglio recante un messaggio per i marziani...ho foto che possono provarlo).
Ma per venire al succo di questo discorso molto rosa e molto pulsante, che posso dire?
Il cuore... il cuore... sole cuore amore.
Una metafora scontata, una rima inflazionata e una parola abusata.
La voce che mi parla quando nessun altro lo fa, l'amico che sa sempre cosa è meglio per me, il famoso cassetto dei miei sogni, la custodia dei gioielli più belli e più splendenti, ma anche il serbatoio del peggiore dei veleni.
La linea intercettata dalla Procura del mio cervello, il cavallo che galoppa verso l'infinito e oltre, la vela spinta dalle note della mia musica e musicista di sinfonie composte e comprese solo dal mio petto.
Il misterioso pozzo profondo che contiene il meccanismo del quadrante del mio personalissimo orologio, il cronometro del mio tempo, il metronomo del mio ritmo.
E tutto così fragile. Esposto, come dire, alla pubblica fede. Abbiatene cura.
mercoledì 13 giugno 2012
Una frangia d'amore
Ok. Volevo provare l'ebbrezza di scrivere un post in diretta dalla sspl (come a confermare, per gli scettici, che ci vado davvero...). Dunque eccomi qui, direttamente per voi dall'esercitazione di procedura penale. Eddai, sono le 18.30 e nessuno sta ascoltando, fa caldissimo e sto morendo di fame, potete biasimarmi? Direi di no. Il guaio è che non ho nulla di cui parlare nello specifico in questo post, ma visto che sono latitante da un pò, mi sembrava giusto intervenire giusto per farvi sapere che ci sono ancora (magari non vi interessava, ma questo è il mio blog e ci scrivo quello che voglio, voi non siete obbligati a leggere).
La verità è che ho sviluppato la convinzione che alla fine questa scuola non sia altro che una gara di resistenza fisica e mentale. Nel senso che il mio cervello ha raggiunto lo stesso livello di saturazione di una salina di Trapani e sta cominciando a secernere informazioni inutili che non trovano più spazio nei celeberrimi cassettini. Ormai nemmeno facendo il cambio stagiponale potrei far entrare qualche altra informazione nel cervello. Non ci sta più nulla. Pieno. Sold out. Full. No vacancy. Ormai le parole fluiscono libere e senza filtro dalla testa alla bocca senza che io ne abbia alcun controllo. La situazione personale è anche peggio, perchè le parole contenute nel cuore passano anche loro senza filtro alla bocca e va a finire che tra le une e le altre si crea una enorme confusione assolutamente fuori controllo. L'immagine che ho sviluppato è quella di un bicchiere d'acqua in cui si versa della sabbia: bisogna aspettare che la sabbia si depositi sul fondo, perchè l'acqua torni limpida. Invece qui dentro c'è un continuo versare sabbia e shakerare, agitare, e versare ancora...Credo di aver seriamente bisogno di una vacanza.
Oggi ho trovato appeso al muro del teatro di Varese un annuncio (di quelli con le frangette di numeri): "AMORE, Prendine quanto te ne serve." e sotto, nelle frangette, c'era la scritta "amore". Ne ho staccata una e ho fotografato l'annuncio. Mi sembrava una cosa bella. Certo, se avessi veramente preso tutto l'amore che mi serve avrei staccato tutte le frangette...E non ce ne sarebbe stato più per gli altri. Allora ho riflettuto sul fatto che l'amore è escludente, se qualcuno se lo prende tutto non ce n'è più per gli altri (parlo ovviamente di amore in senso umano, non in senso puramente cristiano, quello è un amore universale della cui esistenza non vorrei entrare nel merito). Ma è anche una di quelle cose che, come dire, fa bene ad essere così.
Al di là di ciò, trovo che l'iniziativa dello sconosciuto (che, più probabilmente è una sconosciuta..) sia mirabile, un pò come free hugs, conoscete? Ragazzi che girano per il mondo abbracciando la gente. Loro dicono che lo fanno contro la discriminazione e per la diffusione della pace e cose del genere. Voglio dire, bella iniziativa, ma obiettivo poco concreto. Il punto è che, tante volte, si ha bisogno di un abbraccio o di una frangetta d'amore, gratuita, sconosciuta, innocente e confortante. Ho fatto un sorriso. E per quei dieci secondi in cui questa cosa è rimasta nella mia mente, prima di tornarci poco fa, mi sono sentita piena d'amore. Poi è passato. Come uno starnuto, veloce e squassante. E' bastato poco. Appena una frangia d'amore. Ormai resta quello.
La verità è che ho sviluppato la convinzione che alla fine questa scuola non sia altro che una gara di resistenza fisica e mentale. Nel senso che il mio cervello ha raggiunto lo stesso livello di saturazione di una salina di Trapani e sta cominciando a secernere informazioni inutili che non trovano più spazio nei celeberrimi cassettini. Ormai nemmeno facendo il cambio stagiponale potrei far entrare qualche altra informazione nel cervello. Non ci sta più nulla. Pieno. Sold out. Full. No vacancy. Ormai le parole fluiscono libere e senza filtro dalla testa alla bocca senza che io ne abbia alcun controllo. La situazione personale è anche peggio, perchè le parole contenute nel cuore passano anche loro senza filtro alla bocca e va a finire che tra le une e le altre si crea una enorme confusione assolutamente fuori controllo. L'immagine che ho sviluppato è quella di un bicchiere d'acqua in cui si versa della sabbia: bisogna aspettare che la sabbia si depositi sul fondo, perchè l'acqua torni limpida. Invece qui dentro c'è un continuo versare sabbia e shakerare, agitare, e versare ancora...Credo di aver seriamente bisogno di una vacanza.
Oggi ho trovato appeso al muro del teatro di Varese un annuncio (di quelli con le frangette di numeri): "AMORE, Prendine quanto te ne serve." e sotto, nelle frangette, c'era la scritta "amore". Ne ho staccata una e ho fotografato l'annuncio. Mi sembrava una cosa bella. Certo, se avessi veramente preso tutto l'amore che mi serve avrei staccato tutte le frangette...E non ce ne sarebbe stato più per gli altri. Allora ho riflettuto sul fatto che l'amore è escludente, se qualcuno se lo prende tutto non ce n'è più per gli altri (parlo ovviamente di amore in senso umano, non in senso puramente cristiano, quello è un amore universale della cui esistenza non vorrei entrare nel merito). Ma è anche una di quelle cose che, come dire, fa bene ad essere così.
Al di là di ciò, trovo che l'iniziativa dello sconosciuto (che, più probabilmente è una sconosciuta..) sia mirabile, un pò come free hugs, conoscete? Ragazzi che girano per il mondo abbracciando la gente. Loro dicono che lo fanno contro la discriminazione e per la diffusione della pace e cose del genere. Voglio dire, bella iniziativa, ma obiettivo poco concreto. Il punto è che, tante volte, si ha bisogno di un abbraccio o di una frangetta d'amore, gratuita, sconosciuta, innocente e confortante. Ho fatto un sorriso. E per quei dieci secondi in cui questa cosa è rimasta nella mia mente, prima di tornarci poco fa, mi sono sentita piena d'amore. Poi è passato. Come uno starnuto, veloce e squassante. E' bastato poco. Appena una frangia d'amore. Ormai resta quello.
venerdì 1 giugno 2012
La mia prima volta
Ho avuto una strana sensazione stamattina. Il Tribunale sembrava un posto diverso: chiuse le porte dell'aula D, sembrava addirittura di non essere in Tribunale. Ho notato l'arredamento trash-chic con lampade di tre colori che proiettano luci sugli archi a sesto acuto che sovrastano le finestre, la bandiera italiana un pò sbrindellata e con il bianco ingrigito, le sedie scompagnate che si accumulano, secondo la moda del momento, almeno dagli anni '70, i microfoni un pò incantati che, sssssssa ssssssa prova prova, tagliano le frasi del Giudice a metà.
Quando ero piccola, la mamma mi portava con lei nella scuola in cui insegnava e mi lasciava con la suora portinaia mentre lei faceva il collegio docenti o gli scrutini. Io, eludendo la sorveglianza sonnecchiosa della suora occupata prevalentemente a ricamare centrini, me ne andavo a zonzo per i corridoi alti e silenziosi, lunghissimi e luminosi. Mi aggiravo spiando nelle aule deserte e apprezzavo la penombra e l'odore di carta e di matite colorate. Le mie stanze preferite in assoluto erano l'aula di scienze e il teatro (si, era una scuola meravigliosa, almeno nei miei ricordi d'infanzia). Nell'aula di scienze c'erano vetrinette che lasciavano intravvedere modellini del corpo umano, vasi pieni di formalina e sconosciute forme ingrigite il cui mistero era svelato da adesivi ingialliti e sbiaditi. E poi c'era un gufo impagliato, lo adoravo. Il teatro invece era grande e aveva le poltroncine rosse. Mi divertivo a cambiare poltroncina per valutare da quale posizione si vedesse meglio il palco, poi salivo sul palco e cantavo Bennato. Tutto questo, per dire che guardando il Giudice e la bandiera sbrindellata dietro di lui, oggi, specialmente l'asta della bandiera, mi sono tornati alla mente quei momenti un pò ancestrali, un pò viscerali di quando accompagnavo la mamma al lavoro. Non so per quale motivo. Quelle sedie, quell'odore, quella luce, quei pannelli di legno smangiucchiati dal tempo, l'atmosfera da ufficio pubblico, di quelli con le pareti gialline, l'orologio marrone cubico appeso al soffitto e, alla parete, il calendario dei carabinieri, una veduta assolutamente anonima e la foto del Presidente della Repubblica. Ci si accorge che il tempo passa solo quando cambia il Presidente della Repubblica. Ecco, ho avuto la netta sensazione che lì dentro il tempo non passi, visto che non c'era la foto del Presidente della Repubblica. C'era solo la scritta "La legge è uguale per tutti" e non ho saputo ricondurla ad un epoca storica particolare, di certo non è un segnale di modernità. A conferma che lì dentro il tempo è fermo all'Assemblea Costituente. In effetti, seguendo lo stream di pensiero di questo inutile post, in un'altra aula del Tribunale ho trovato un'atmosfera da tempo immoto: l'aula H. Lì però è una caratteristica triste: alle pareti sono appesi ritratti di grandi giuristi del passato. Vecchi. Tutti. Cioè, lo so che il giudizio di grandezza di una persona va operato ex post, a posteriori, mica si può sapere in anticipo se qualcuno compirà grandi gesta. Ma vedere quei ritratti di vecchietti mi fa una certa tristezza. E' come se fossero lì ad osservare le mancanze dei giovani, a fissare nell'immobilità delle loro espressioni risultati che non raggiungeremo mai, diffondendo nella polvere la convinzione che si stava meglio quando si stava peggio e che nulla di buono ci si può aspettare da questa generazione perchè il bello e il buono che c'era nell'uomo si è esaurito nei mustacchi dei vegliardi e nella severità del loro sguardo. Come quel ritratto, nella stanza accanto alla tua, ti ricordi? Non da la stessa sensazione? Lascio a questo blog una disposizione da applicare se dovesse capitarmi la fortuna di entrare nel novero di coloro che vengono definiti "padri della materia" (di una qualsiasi materia, chissà...): io voglio che la mia fotografia nelle stanze delle istituzioni pubbliche mi ritragga giovane. Non perchè io sia particolarmente bella, o (tanto meno) fotogenica. Ma perchè trovo che sia più utile avere davanti l'immagine di un giovane che ce la può fare piuttosto che quella di un vecchio che ce l'ha fatta, no? E' la regola della potenza.
E con questo vi ho raccontato le mie più o meno deliranti sensazioni durante la mia prima volta ad una udienza penale (si, ero molto attenta all'udienza..).
Quando ero piccola, la mamma mi portava con lei nella scuola in cui insegnava e mi lasciava con la suora portinaia mentre lei faceva il collegio docenti o gli scrutini. Io, eludendo la sorveglianza sonnecchiosa della suora occupata prevalentemente a ricamare centrini, me ne andavo a zonzo per i corridoi alti e silenziosi, lunghissimi e luminosi. Mi aggiravo spiando nelle aule deserte e apprezzavo la penombra e l'odore di carta e di matite colorate. Le mie stanze preferite in assoluto erano l'aula di scienze e il teatro (si, era una scuola meravigliosa, almeno nei miei ricordi d'infanzia). Nell'aula di scienze c'erano vetrinette che lasciavano intravvedere modellini del corpo umano, vasi pieni di formalina e sconosciute forme ingrigite il cui mistero era svelato da adesivi ingialliti e sbiaditi. E poi c'era un gufo impagliato, lo adoravo. Il teatro invece era grande e aveva le poltroncine rosse. Mi divertivo a cambiare poltroncina per valutare da quale posizione si vedesse meglio il palco, poi salivo sul palco e cantavo Bennato. Tutto questo, per dire che guardando il Giudice e la bandiera sbrindellata dietro di lui, oggi, specialmente l'asta della bandiera, mi sono tornati alla mente quei momenti un pò ancestrali, un pò viscerali di quando accompagnavo la mamma al lavoro. Non so per quale motivo. Quelle sedie, quell'odore, quella luce, quei pannelli di legno smangiucchiati dal tempo, l'atmosfera da ufficio pubblico, di quelli con le pareti gialline, l'orologio marrone cubico appeso al soffitto e, alla parete, il calendario dei carabinieri, una veduta assolutamente anonima e la foto del Presidente della Repubblica. Ci si accorge che il tempo passa solo quando cambia il Presidente della Repubblica. Ecco, ho avuto la netta sensazione che lì dentro il tempo non passi, visto che non c'era la foto del Presidente della Repubblica. C'era solo la scritta "La legge è uguale per tutti" e non ho saputo ricondurla ad un epoca storica particolare, di certo non è un segnale di modernità. A conferma che lì dentro il tempo è fermo all'Assemblea Costituente. In effetti, seguendo lo stream di pensiero di questo inutile post, in un'altra aula del Tribunale ho trovato un'atmosfera da tempo immoto: l'aula H. Lì però è una caratteristica triste: alle pareti sono appesi ritratti di grandi giuristi del passato. Vecchi. Tutti. Cioè, lo so che il giudizio di grandezza di una persona va operato ex post, a posteriori, mica si può sapere in anticipo se qualcuno compirà grandi gesta. Ma vedere quei ritratti di vecchietti mi fa una certa tristezza. E' come se fossero lì ad osservare le mancanze dei giovani, a fissare nell'immobilità delle loro espressioni risultati che non raggiungeremo mai, diffondendo nella polvere la convinzione che si stava meglio quando si stava peggio e che nulla di buono ci si può aspettare da questa generazione perchè il bello e il buono che c'era nell'uomo si è esaurito nei mustacchi dei vegliardi e nella severità del loro sguardo. Come quel ritratto, nella stanza accanto alla tua, ti ricordi? Non da la stessa sensazione? Lascio a questo blog una disposizione da applicare se dovesse capitarmi la fortuna di entrare nel novero di coloro che vengono definiti "padri della materia" (di una qualsiasi materia, chissà...): io voglio che la mia fotografia nelle stanze delle istituzioni pubbliche mi ritragga giovane. Non perchè io sia particolarmente bella, o (tanto meno) fotogenica. Ma perchè trovo che sia più utile avere davanti l'immagine di un giovane che ce la può fare piuttosto che quella di un vecchio che ce l'ha fatta, no? E' la regola della potenza.
E con questo vi ho raccontato le mie più o meno deliranti sensazioni durante la mia prima volta ad una udienza penale (si, ero molto attenta all'udienza..).
Iscriviti a:
Post (Atom)