domenica 4 settembre 2011

Il profumo dell'autunno

Bene. Ieri ho visto l'autunno finalmente! Fa ancora caldo ma il grigio dell'autunno è inconfondibile. Anche la pioggia ha un odore diverso. L'asfalto si impregna, riflette tutte le luci dei semafori, delle macchine, fa un rumore particolare quando viene calpestato, si impregna di umido e di foglie. C'era un artista che faceva dei quadri che rendevano benissimo l'idea ma non mi ricordo come si chiama (se qualcuno lo sa..).
Il profumo dell'autunno è un mix interessante: a parte l'asfalto bagnato abbiamo note di carta stampata e di caffè, di cicca alla menta e di cioccolata calda, di brioche surgelata e scaldata al microonde e di stress, di naftalina e di lana, di alcool, di chiuso...è un odore così familiare che ha qualcosa di ancestrale, di viscerale. Mi fa sentire bene e ieri l'ho sentito nell'aria. L'autunno si avvicina finalmente! E quando arriverà l'inverno sarà ancora meglio!
E così da ieri ho 24 anni. Mmmmmm...sarebbe troppo scontato fare l'ennesimo bilancio della mia vita fin quì. Ormai bilancio talmente tanto che avrei bisogno del CERN per calcorale i decimali con una bilancia atomica.
Sarebbe scontato anche fare propositi per il futuro. Un pò perchè mi fanno paura, un pò perchè queste cose (chissà perchè, poi) si fanno a Capodanno (tra l'altro devo dire che i miei propositi dello scorso Capodanno li ho mantenuti abbastanza- a parte quello della palestra chiaramente, ma quello è un proposito che si fa a prescindere per sentirsi la coscienza a posto, sapendo già che non verrà mantenuto..).
Quindi. Niente bilanci e niente propositi. Mi godo l'atmosfera dell'estate indiana.

giovedì 1 settembre 2011

Post schizzofrenico: 1) Imparare a dire no. 2) Le porte dell'Esselunga si chiudono alle 19.00

Niente giri di parole stavolta. Buttiamoci subito a capofitto nei temi di questo post.
Bisogna imparare a dire di no. Eh si bisogna imparare a dire di no. Perchè è tanto bello essere yesmen ma bisogna anche fare i conti con la realtà. E' inutile che io dica che posso fare una cosa se non la posso fare (leggi anche "voglio"). Dico sì perchè, a volte dire no fa brutto. Poi magari uno si offende. Da un no possono derivare diverse conseguenze non sempre gradite. Dal sì...beh intanto vediamo. Intanto non mi sono chiusa una porta e ho detto si. Al massimo poi disdico. E qui casca l'asino! Dicendo sempre si, tengo aperta una porta senza sapere se devo passare e intanto entra il freddo e si crea corrente (poi viene il mal di gola e ci si deve imbottire di schifosissima propoli). Mi spiego meglio. Se so dall'inizio che una cosa non la posso fare, o non ho voglia di farla, o non sono in grado di farla, meglio dire no subito. Così chiudo la porta e lascio che l'interessato possa trovare qualcun altro a cui dare la chiave (certo, Trimarchi 'ste cose le spiega con molto più stile..). Lo dico come promemoria personale, ma anche in generale. Se vi chiedo una cosa, qualunque cosa, di qualunque natura, tipo, specie, forma, grandezza, importanza, se non vi sentite in grado di darmela ditemi no subito. "No guarda Franci, non ce la faccio, devo controllare la scadenza degli yogurt in frigo e non ho tempo". "No, Franci, mi spiace ma sono così occupato a pettinare le Barbie che proprio non faccio in tempo". Amici come e più di prima. Ma così almeno posso provvedere diversamente.
Magari questi yesmen della domenica sono anche in buona fede, poveri. Magari dicono sì credendoci davvero. Ma il più delle volte dicono dei sì che vogliono dire no. Ora, siccome su una scala da 1 a 10 io, nelle mie relazioni interpersonali, sono sincera 9,5, mi chiedo perchè le altre persone, bene che vada sono sincere 7,5/8 (a stere larghi). Forse perchè sono più sgamati, ma certe volte, che bisogno c'è di essere sgamati? Cioè, se si è sgamati anche in certe situazioni, quand'è che si è sè stessi? E poi va a finire che passo le serate ad arrovellarmi il Gulliver su cavolate come "essere di più me stessa" " limitarmi meno"...Al diavolo! Agli altri, evidentemente bisogna dare solo quello che si aspettano. Dire tanti sì, come quelli che si dicono alla mamma quando ci manda a fare qualche commissione noiosa, tipo "sì, dopo vado" e poi non andare.
A parte questo...vorrei ripspondere a Lucy, avevamo intrattenuto uno scambio di post anche qualche mese fa, remember?
Ho letto il suo post di martedì e mi sono sentita chiamata in causa in qualità di neogiurista (che titolone...) e mi sono messa a riflettere.
Al mondo ci sono persone insicure. Mi danno tanto sui nervi ma ci sono. Esistono. E mi annovero tra di loro (sottointeso che mi do sui nervi da sola..). Purtroppo c'è chi ha avuto l'immenso dono di sapere ciò che vuole da se stesso e dalla vita e le energie per ottenerlo, e c'è chi, come me, ha preso solo tranvate ogni volta che si è azzardato a pensare di direzionare la sua vita.
Da innocente neodiplomata piena di sogni e speranze, fiduciosa nella vita e nel futuro, ho passato l'estate della maturità, quella che avrei dovuto trascorrere tra spiagge e ragazzi, a studiare. Studiare perchè pensavo che la mia strada fosse fare il medico. Volevo quello dalla vita, punto. Non c'erano alternative. E allora, finiti gli esami mi sono messa sotto e ho studiato. Ho anche frequentato dei corsi supplementari, a Milano, che mi comportavano di prendere il treno ogni mattina alle 6 (era agosto...), 2 metro e 10 minuti a piedi. Ma ci credevo. Credevo in me. Poi TRAK! qualcosa si è rotto quando ho visto che il mio nome sulla graduatoria non c'era. E adesso? Il vuoto. Parlo di vuoto emozionale. Un baratro, un buco nero. Invece di fare come molti, iscrivermi a biologia e riprovare l'anno dopo, ho voltato le spalle al brillante futuro di un chirurgo che non era nemmeno riuscito a superare il test d'ingresso all'università (spinta anche dall'influenza di altre persone), ho seguito un consiglio autorevole e mi sono iscritta a giurisprudenza. Guarda caso quell'anno l'Insubria apriva giurisprudenza a Varese. A 100 m da casa, non dovevo nemmeno attraversare la strada, vah che fortuna! E poi ormai il 20 di settembre anche la Cattolica aveva chiuso le immatricolazioni. E così eccomi là, giurista per caso, depressa e svogliata. Eccomi là che prendo una decisione: cascasse il mondo io tra 5 anni sono fuori di qui. E dunque eccomi qua, fuori di lì in 4 anni e mezzo. Certo, in 4 anni e mezzo ne cambiano di cose. Perchè dopo anni di diritto, accorgendoti, tra l'altro, che fare questa cosa ti riesce anche bene, senza sforzo, chi ha voglia di ricominciare a studiare chimica? Il problema, quello che non avevo proprio messo in conto, era che ad un certo punto cominciasse a piacermi! Pensavo che mi avrebbe fatto schifo per sempre! Che sarei diventata avvocato per inerzia, magari chiudendomi in uno studiolo qui a Varese, piccolo ma avviato, a risolvere le mie brave liti condominiali. Invece RITRAK! Qualcos altro è cambiato quando mi sono accorta che tutto questo non mi faceva così schifo. Anzi, mi piaceva, Stavo assorbendo la forma mentis giusta e tra una menata e l'altra diventavo più consapevole. Eh già. Consapevole di cosa non potevo più fare. Di quante porte mi ero chiusa accettando voti mediocri ottenuti studiando in una settimana. E così eccomi qui, con un voto di laurea la cui unica consolazione è di rientrare per un pelo nei "pieni voti", mille porte aperte davanti e io...io sono l'ultima della fila davanti ad ognuna.
Tutto questo per dire (se no invece di un post scrivo un libro)...Non si tratta di mediocrità nella preparazione, o di rifugiarsi in una carriera facile per avere il tempo di fare la spesa all'esselunga entro le 19. Anzi, quando mi sento dire aberrazioni tipo "sei una donna, fai il magistrato così hai la maternità e degli orari umani" oppure "i magistrati non fanno un cavolo e guadagnano un botto" mi vengono le bolle (ma d'altronde quale categoria di professioni legali non soffre di pregiudizi del genere?). Almeno nel mio caso si tratta di un ritardo. E del mio misero tentativo di salvare il salvabile, di trovare un nuovo obiettivo, una nuova meta che mi faccia correre a tutta velocità verso qualcosa che, a mia insaputa, è nascosto dietro un vetro infrangibile contro il quale andrò a sbattere facendomi un male assurdo. Vorrei essere preparata, vorrei essere brava, vorrei essermene accorta prima ed essermi laureata con 125 lode bacio accademico, vorrei essere rimasta in università, vorrei un lavoro che non mi faccia tornare a casa la notte e che mi faccia dimenticare di fare la spesa e anche di mangiare, vorrei sapere che sono in grado di affrontarlo. Invece faccio a pugni con i miei limiti. Ma tant'è, posso rimproverare solo me stessa. E' finita l'era degli alibi. Ma non si tratta di "approvazione dell'happy hour" o di desiderio impellente di fare la spesa all'esselunga prima delle 19. Faccio la mia fila e spero che la porta non mi si chiuda sulle dita.

lunedì 29 agosto 2011

Pizza al foi gras

Fantastica la mia radio! Oltre a trasmettere praticamente le stesse canzoni del mio i pod, mi fornisce sempre qualche spunto divertente. Mica per niente si chiama Radio Numberone!
Stamattina Emilio Bianchi ha letto una notizia riportata sul Corriere che mi ha lasciata un pò così: il Ministro dell'economia francese ha deciso di imporre una nuova tassa. E fin qui...
L'ha chiamata "tassa sull'obesità" ma riguarda solo ed unicamente le bibite gasate con l'aggiunta di zucchero. Avete capito bene. La Francia ha tassato la Coca Cola.
Ora. Premesso che io avrei sollevato una rivolta popolare che Luigi XVI se la sognava, il conduttore faceva notare come il Corriere (e tutti noi) si chiedesse perchè mai la tassa sull'obesità incidesse sulla Coca Cola e non, che ne so, sul foi gras. Il grasso del fegato d'oca amalgamato nel burro non fa forse ingrassare? Non ostruisce le arterie?
Allora ecco che le due correnti dottrinali tornano a scontrarsi sull'annosa questione "Libertà della persona o tutela delle casse pubbliche attraverso il controllo (abbastanza buonista) della salute?" Eh si, perchè se io mi imbottisco di fegato d'oca e mi viene un infarto influisco sulle casse della sanità pubblica tanto quanto uno che, poveretto, ha un infarto ma si nutre solo di sedano crudo, ma c'è chi ritiene che siccome io, come dire, me la sono cercata, merito meno che vengano spesi soldi pubblici per curarmi. Lo stesso principio che ci spinge a chiederci: "un alcolizzato ha meno diritto di ricevere un trapianto di fegato di uno che ha, che ne so, un tumore?".
Altro fronte della questione era: "quanto, da 1 a 10, è ipocrita tassare prodotti gestiti e distribuiti da multinazionali estere e non quelli della stessa natura prodotti da imprese francesi?".
Il dubbio sorge ampliando il discorso ad altre tasse imposte di recente dal ministro francese: quella sulle sigarette e quella sui superalcolici. Si. Tutti tranne il rum. E perchè il rum no? Perchè il rum è prodotto con la canna da zucchero che viene coltivata nei caraibi da alcuni produttori francesi nostalgici del periodo coloniale.
Ecco, qui mi sento di fare un discorso diverso: mettiamoci per un attimo nei panni del Poverogiulio (tutto attaccato, ormai è diventato un unico nome) che si trova tra capo e collo la più grande crisi dei mercati dal 1929. Ormai le ha provate tutte, si è perfino dovuto tagliare lo stipendio. E' arrivato anche a concepire il ridimensionamento del menù del ristorante del Senato.
Gli rimane solo da tassare gli italiani grassi. Allora il Poverogiulio penserà che siccome i carboidrati gonfiano bisognerà tassare i carboidrati. Quali carboidrati sarà più conveniente tassare in Italia, le baguette o le pizze?
Per quanto sia ipocrita tassare tutti i superalcolici tranne il rum perchè è prodotto dai francesi, ne vogliamo proprio fare una colpa? Cioè, se io mi trovassi a dover risollevare l'economia italiana cercherei di promuovere i prodotti interni, provvederei a tassare prima le baguette della pizza. Poi si finirà col tassare anche quella, ma intanto...

domenica 28 agosto 2011

L'onda e lo scoglio

Scogli o onde? Questo è il problema. Siamo scogli o onde? E' la domanda che mi sono posta stamattina. Siamo dura roccia ancorata alla razionalità, fermi mentre tutto intorno a noi si muove, o siamo onde di irrazionalità che dondolano e si infrangono sulla spiaggia? Curioso il fatto che pensando a questa immagine mi sia figurata un mare in tempesta. Lo scoglio sempre fermo lì in mezzo, ma le onde che lo circondano sono agitate, nere e scure, inquiete e rabbiose. Innanzitutto mi chiedo se sia più difficile fare l'onda o fare lo scoglio. L'onda è peregrina, non sa dove finirà, si schianterà contro una parete rocciosa, rotolerà sulla spiaggia dissolvendosi in spuma, oppure dondolerà nel mare, senza meta, nella più totale insicurezza. Lo scoglio è sempre lì fermo, vede il mare che si agita intorno a lui e si fa corrodere dal sale, ma è sempre sicuro della sua stabilità. Poi mi chiedo se sia più comodo fare l'onda o lo scoglio. L'onda è liquida, senza legami, lascia liberi i pesci di muoversi attraverso di lei, li influenza un pochino con il suo moto placido. Lo scoglio invece è qualcosa a cui ci si aggrappa nei momenti di tempesta, ma allo stesso tempo un sasso duro contro cui sbattere la testa.
Morale: siamo scogli o onde? Razionalità o irrazionalità? Ci aggrappiamo alla realtà o partiamo per la tangente? Innanzitutto cerchiamo di non fare di tutta l'erba un fascio. Intendiamoci, ognuno può scegliere di essere onda o scoglio (maiale o gallina, come diceva qualcuno...ok, la spiego brevemente: della gallina mangiamo le uova, del maiale mangiamo le costine. La gallina contribuisce, il maiale mette tutto se stesso. Bisognerebbe sempre chiedersi, in un rapporto umano, se si preferisce essere maiale o gallina), con i relativi pro e contro. E credo che il punto sia proprio questo. Dipende da noi, essere l'una o l'altra cosa. E' una scelta. E come tale va seguita con coerenza. Scegliere di essere onda, però, ha una conseguenza in più: che seguire coerentemente la filosofia dell'onda ti porta all'incoerenza, creando un circolo vizioso e confuso. Ma chi l'ha detto che in un mondo di scogli non vada bene anche essere un pò incoerenti? Credo che questa potrebbe essere una delle sfide più grandi per me: essere onda, essere incoerente, fare qualcosa completamente privo di senso, e magari contraddirmi un secondo dopo. Alla fine solo essendo incoerenti si riesce ad essere veramente liberi? E' questa la chiave? E cosa succede quando la mia incoerenza incontra uno scoglio, o meglio, quando la mia libertà incontra quella di qualcun altro? Mia nonna diceva che la libertà di ognuno finisce dove comincia quella degli altri. Io mi sono sempre sentita presa per i fondelli da questa massima, perchè, per come sono fatta, la mia libertà nemmeno comincerebbe, perchè sarebbe circondata dalle libertà di tutti gli altri. E allora quando sarebbe il mio turno? Quando tocca alla mia libertà? "E lasciati andare!" direbbe V. Già. Fare l'onda, almeno per un pò, per vedere com'è dondolare (anche se soffro di mal di mare), essere egoista, impedire agli altri di attaccarsi come cozze, lasciare scivolare via tutto.
Poi stamattina, in maniera del tutto inconsapevole, V. ha detto una cosa che mi ha acceso una lampadina. Mi stava dicendo che la sveglia del cellulare non ha funzionato. Che dovrà portarsi una sveglia vera a Parigi. E io le ho detto: "Ma perchè, a Parigi ti devi programmare la sveglia? Sei in vacanza, dormi quanto ti pare! (Leggi: Fai l'onda)" e lei: "Si, ma devo girare, fare, vedere! E poi devo andare ad Euro Disney, devo svegliarmi!".
Allora ho pensato: eccolo! Eccolo il cancello della mia libertà, l'argine della mia scelta: lo scopo.
Perchè fare l'onda fa paura, il mare è grande, la tempesta è potente e il vento è sferzante. Fare lo scoglio è terribilmente noioso, e ha la controindicazione di essere continuamente consumati dal sale e dalle odiate cozze. Ma se si ha uno scopo, se si corre verso qualcosa, come una corrente, si riesce ad indirizzare la potenza dell'onda verso qualcosa che può farci sentire meno sperduti, meno in balia di noi stessi, meno frustrati. Si riesce a sopportare meglio il fatto che gli altri si appiccichino allo scoglio come gli antipatici frutti di mare, pur di raggiungere lo scopo.
E se subentra la quotidianità, a spargere il suo velo di noia e di immobilità su tutto, sta solo a noi smuovere le acque. Ci giustifichiamo con mille alibi: non ho tempo, sono stanca, devo studiare, devo lavorare, è colpa degli altri, devo devo devo.......non c'è devo che tenga. E' faticoso, è difficile e spesso richiede uno sforzo immenso, ma è solo la tensione verso qualcosa, la nostra volontà, che ci tiene a galla nel mare della quotidianità (che, per inciso, è un mare sempre in bonaccia).
Ma bisogna volerlo. Bisogna tenere la testa fuori e continuare a nuotare anche con i crampi, senza aspettare che arrivi Mich di Baywatch con il suo salvagente-supposta a tirarci fuori. Certo, nuotare verso qualcosa è più stimolante ma ogni tanto credo che sia già un miracolo mantenersi a galla e non lasciarsi andare alla tentazione di farsi sommergere, quando arriva il momento in cui nuotare fa talmente male che l'idea di lasciarsi coprire dal silenzio dell'acqua non fa più tanta paura.

venerdì 26 agosto 2011

Il panico Capita

Oh-mio-Dio. Non so se anche voi state assistendo allo stesso spettacolo che si propone fuori dalla mia finestra in questo momento (spero per voi di si). Sta piovendo. Non pensavo che, dopo l'estate che ha fatto quest anno, l'avrei mai detto ma... sta piovendo evviva!
Due deboli gocce, odore di asfalto bagnato e raggi di sole che penetrano attraverso le nuvole ma sta piovendo!
Piove con il sole (c'era anche una canzone dello Zecchino D'Oro che si chiamava "Piove con il sole" e credo che fosse di una bambina russa, bisognerebbe verificare).
Comunque con questo caldo incompatibile con la sopravvivenza della razza umana (almeno di quella stabilmente stanziata sulle Prealpi lombarde), passa la voglia di fare tutto. Compreso mangiare (che per me potrebbe rivelarsi una fortuna..). Ovviamente, la legge immutabile che regola le nostre vite (il Destino, direte voi. No, la legge di Murphy, dico io) ha voluto che questi insignificanti frutti del fenomeno di evaporazione e condensazione dell'acqua precipitassero dal cielo nell'istante esatto in cui la vaga idea di lavare la mia macchina ha bussato all'anticamera del mio cervello. Da ieri, infatti, posso dire senza mentire che la macchina frena! Oggi volevo poter dire che è pulita. Invece ora è di un delicato color panna chiazzato di viola con un piacevole effetto spruzzo, e le fiancate che sembrano trapiantate da un mezzo che ha attraversato il Rally del deserto...
A proposito di Rally, tra qualche settimana ricomincia la (mia) stagione sportiva, alla faccia di quelli che mi prendono in giro, alle spalle di chi mi annovera tra i praticanti di sport sfigati. la prossima gara a Lumezzane segnerà il giro di boa. Un anno esatto da Top driver. E son soddisfazioni (soprattutto visto come sono andate le ultime gare di maggio-giugno..). Comunque Lumezzane, l'anno scorso, è stata la dimostrazione della mia teoria secondo cui è il panico a giocare un ruolo decisivo nella dicotomia tra vittoria e sconfitta: ovviamente troppo panico ti porta a non capire più nulla e a confondere il bottone della sdoppiata con la levetta per aprire i deflettori, oppure a cominciare la gara convinto di aver controllato tutto, salvo accorgerti al primo tubo che non avevi collegato il cavo del pulsante con il Blitz...Ma una dose di panico accettabile, quel tanto che basta a far battere il cuore, tremare un pò le mani e asciugare la bocca, quella che ti fa spalancare gli occhi, bere 5 caffè prima di partire e ti impedisce di comunicare con qualunque essere umano senza cercare di staccargli la testa a morsi, beh quello è un panico sano. E immaginate la mia faccia, quando in mezzo alla gara, dopo una partenza niente male, mi accorgo con sgomento che il segnale della batteria del Trip lampeggia e realizzo di aver dimenticato di metterlo in carica durante la notte. Sta di fatto che il panico era tale che mi sono letteralmente inventata la strada, tenendo il Road book come vago riferimento e stabilendo le distanze a occhio, e il mio pilota non si è accorto di nulla. Sono magicamente riuscita a non sbagliare strada (cosa che non mi capita nemmeno quando ho due Trip a disposizione e la massima concentrazione) e sdoppiare bene nello stesso momento. Cioè, wow! Questo si chiama panico sano!
Sono cose che capitano una volta (se ti va bene) ogni tantissimo. Spero che Lumezzane (l'anno scorso si contendeva la testa del "Comuni sfigati d'Italia Challange" con Gropparello) porti bene e capiti di nuovo! D'altronde, come insegna Missincat in altro contesto (andate a sentirla è brava!)  "capita"!

domenica 21 agosto 2011

L'emozionante vita da spiaggia

Ah...Che bello essere qui! Il mio blog! Mi mancava un pò...Si, perchè in questa settimana di vacanza (non ancora finita, per giunta) ho avuto una serie di pensieri pressanti e nessuna valvola per sfogarli. Perchè in fondo questo blog è il luogo dei pensieri inascoltati, quelli che nessuno ha voglia di sentire al telefono o durante un aperitivo, ma che mi sento di comunicare al mondo lo stesso. In fondo chi si prende la briga di venire a leggere i miei pensieri sul blog lo fa sua sponte, mosso da un seppur minimo interesse personale, che magari non avrei saputo risvegliare a voce. Dunque ecco qui le mie riflessioni sull'ultimo libro che ho letto (meglio, sto ancora leggendo): "la mappa del tempo" di F.J. Palma., 2011. Titolo evocativo e trama avvincente. Due pecche: la traduzione (raramente ho letto libri tradotti peggio...voglio dire, passino le infelici scelte di adattamento, ma gli errori di grammatica ce li risparmiamo volentieri..) e alcune scelte, come dire, di ritmo. Ci sono passaggi leeeeentissimi di dubbia utilità narrativa e brevissime descrizioni dei punti cruciali e dei colpi di scena. Morale: una grande potenzialità mal sfruttata (per quanto la storia sia comunque piacevole e dotata di un disincanto in cui mi sono ritrovata molto).
Ma non ho passato la settimana immersa nella letteratura, come al solito. Ho trascorso il tempo cercando di capire i ritmi della città. Venezia è il regno dei clichè, il tempio del luogo comune. Qui si possono trovare tutti, ma proprio tutti gli stereotipi che contraddistinguono noi italiani: se cercate "pizza-pasta-mandolino" siete nel posto giusto! Mi chiedo perchè i professori di economia politica fatichino tanto a fare esempi di mercati nei quali viga la concorrenza perfetta: a Venezia il mercato delle maschere di cartapesta, per esempio, è in concorrenza perfetta, oppure quello delle inutili statuine di vetro, o quello della paccottiglia, come le gondole di plastica che ondeggiano e si illuminano e suonano "O' sole mio" (che poi, cosa cavolo c'entra "O' sole mio" con Venezia?). Qualunque tipo di inutile orpello che desideriate, qui c'è. Qualunque pacchianeria assolutamente priva di scopo qui trova la sua naturale ubicazione. Qualunque momento della giornata, ogni quartiere, ogni vocolo puzzolente è organizzato al fine di rendere piacevolmente banale il soggiorno di ogni turista. E il numero di turisti è impressionante. Venezia non ha abitanti suoi, ha i turisti. Un popolo a parte che si accontenta di vedere finte tipicità, di mangiare finte pizze e di comprare finti manufatti originali made in China.
Ma non solo! I turisti accettano di trasferirsi da una zona all'altra della città, magari carichi di valige dotate delle più avanzate tecnologie di spostamento (alcune hanno un numero di rotelle...secondo me sono anche cingolate..), a bordo di barconi strapieni di gente inondati dal sole fotografando ogni singola pantegana che si gode il caldo alla fermata Giardini.
Accettano di pagare cifre astronomiche per bere un caffè in Piazza S. Marco, accompagnati da un'orchestrina che, piegata anch'essa ai dettami delle moderne necessità del turismo, è passata dai classici della musica di ogni tempo ai classici della musica riconoscibile in ogni angolo del mondo, riducendo il repertorio a pochi selezionati brani: "O' sole mio" (immancabile), "La cucaracha" e la colonna sonora di "Tutti insieme appassionatamente". Allucinante.
E il turista non si limita a voler visitare la città, i canali e i gondolieri (sempre vestiti all'ultima moda con maglietta a strisce e cappellino di paglia, a cui si ispirano molti padri di famiglia giapponesi), no! Vuole vedere anche il mare, il Lido, i luoghi del Festival del cinema. E allora finisco con l'essere obbligata ad ascoltare una surreale conversazione tra una famigliola francese e la barista della nostra spiaggia (una poveretta di 70 anni che non parla una parola di italiano, figuriamoci di un'altra lingua che non sia il dialetto veneto..). La mamma francese voleva una macedonia, un'insalata di riso, due panini e una coca. Il papà francese indicava picchiando sulla vetrinetta ciò che la moglie cercava disperatamente di spiegare a cesti alla barista urlando -Salade de fruit! salade de fruit!. Ora. Se sotto allo scaffale con le macedonie c'è scritto "macedonia", cara mamma francese, cosa ti costa dire "macedonia"? perchè se io vengo a Parigi e ti chiedo una "macedonia" indicandoti la "salade de fruit" col cavolo che mi dai la mia macedonia! E la povera barista, che sfoggiava una lingua angloveneta fornmata da anni di contatti con i turisti cercava di spiegare che i panini avevano dentro la cotoletta di pollo urlando -cicche! chicche!. e la mamma -Oui oui! trì! Trì svp! Alla fine la transazione si è conclusa, la mamma francese è riuscita a decifrare il - tertisis- della barista e ha pagato quei benedetti 36 euro.

martedì 2 agosto 2011

La decade della pace dei sensi

Ieri ho inscatolato decine di migliaia di libri e altre cose che hanno fatto parte della mia quotidianità negli ultimi anni. Un lavoro immane. Faticosissimo, a livello fisico proprio (infatti oggi ho un mal di schiena assurdo). Forse la stanchezza, forse il male ai muscoli mi hanno impedito di rispondere per bene a chi ieri mi parlava di gap generazionale, o meglio di qualcosa che chiamerei "lotta tra decadi".
Ripensandoci oggi, col mal di muscoli sempre presente ma col cervello un pò più sveglio, ho elaborato una teoria. Meglio, questa teoria l'avevo già elaborata, ma me ne sono ricordata solo stamattina, in macchina, mentre ascoltavo Vasco (tra l'altro trovo che ci sia qualcosa di ancestrale in Vasco).
Il tema della discussione, forse generato da quel minimo di "orgoglio di decade" che caratterizza tutti noi, verteva sul fatto che gli anni '90 sono stati un decennio intellettualmente morto, dal quale è nata una generazione di rimbambiti tra i quali si salvano in pochi.
Gli anni '70 e '80, invece hanno visto passare diversi movimenti culturali (parliamo di cultura in generale, ma anche di cultura metropolitana), movimenti politici, stream ideologici.
Sarà perchè mi annovero nella generazione di smidollati che è cresciuta negli anni '90, e ho l'arroganza di pensare che non siamo stati poi questo gran fallimento.
Analizziamo la situazione.
Per quel che mi ricordo, i miei genitori hanno sempre lavorato. Entrambi. E siccome la bambina piccola da qualche parte va pur lasciata andava a finire che rimanevo interi pomeriggi in ufficio, oppure a scuola a tener compagnia alla suora portinaia (che in tutto quel tempo poteva almeno insegnarmi a ricamare, invece si faceva i suoi centrini da sola..). Ma la maggior parte delle volte ero a casa della nonna, o a casa di una vicina che aveva due figlie della mia età. Sta di fatto che la miglior compagna della mia infanzia è stata la televisione. Credo che questa cosa valga per un numero tale di ex bambini che hanno visto tutti le stesse cose, cresciuti tutti dagli stessi modelli e tormentati dalle stesse parole ripetitive, che già per questo si potrebbe parlare di movimento culturale. Ma di più. Se guardiamo i modelli che hanno segnato la mia generazione televisiva, non ce n'è uno originale. Mi spiego. Gli anni '90 sono stati un riflesso nostalgico degli anni '80. I palinsesti costituivano praticamente le repliche di ciò che genitori e fratelli maggiori avevano già visto e da cui erano stati a loro volta influenzati. Allora mi chiedo: se un movimento culturale propriamente detto è diffuso da mezzi di stampa, da libri, da correnti artistiche etc, perchè una generazione forgiata sul mezzo di comunicazione "televisione" non dovrebbe godere dello stesso rilievo culturale? Perchè guardando le cose come stanno, il mio interlocutore aveva anche ragione a dire che non abbiamo avuto dei veri movimenti, la pace dei sensi, negli anni '90. Niente ideologie politiche, niente giovani in piazza come negli anni '70, niente wind of change. Ci restava solo la televisione, quella scatola attraverso la quale vedere il mondo (finto credendo che fosse vero). E' altrettanto vero che la televisione è una invenzione che risale al 1950 circa, ma allora c'era anche altro. Quando non c'è più nulla rimane lei. E allora l'unico movimento che la società riesce a dare al cervello dei giovani passa per un cavo. E a ben guardare le esperienze che accomunano tutti quelli della mia generazione, quelle cose che tutti ma proprio tutti possono dire di aver visto o fatto, riguardano la scatola magica (fate il seguente esperimento: prendete un venti-due-treenne e intavolate un discorso tipo "ti ricordi quando...". Si finirà immancabilmente a parlare di Mila e Shiro. o di Ok il prezzo è giusto. Di quelle cose che richiamano l'infanzia in maniera rassicurante).
Che poi, voglio dire, senza svilirci completamente, si può dire che gli anni '90 sono stati protagonisti di un generalizzato "nostalgismo" confusionario. J Ax (grande esempio...) diceva in una sua canzone (funkytarro 1996): "Ho visto l'era Punk, quella metallara, quella dark, quella paninara, quella dei finti ricchi, quella dei finti poveri...." e alla fine si riconosceva in una sorta di ibrido, il Funkytarro ("il tamarro è sempre in voga perchè non è di moda mai"), formato sugli stereotipi mediatici del tempo fusi insieme ("sono trash come la Marini e Adriano Pappalardo"). E infatti non c'è un vero e proprio gruppo predominante (ma credo che non ci sia stato in nessuna epoca), uno in cui si riuniscono ideologie. Ci sono solo gruppi uniti dal fatto di immedesimarsi nello stesso stereotipo mediatico (qualcosa che chiamerei la "sindrome della velina e del calciatore"). Chi non riesce a riconoscersi in uno stereotipo è tagliato fuori. E siccome paradossalmente queste sono le persone alle quali rimane solo la propria personalità, va a finire che questa personalità si sente smarrita in se stessa, priva di modello, troppo giovane per aver letto le istruzioni per l'uso della libertà mentale, e finisce schiacciata o rovinata dalla mancanza di stereotipi.
Mi fermo, altrimenti il flusso di pensieri in libertà chissà dove mi porta. E poi ho fame.