Oh-mio-Dio. Non so se anche voi state assistendo allo stesso spettacolo che si propone fuori dalla mia finestra in questo momento (spero per voi di si). Sta piovendo. Non pensavo che, dopo l'estate che ha fatto quest anno, l'avrei mai detto ma... sta piovendo evviva!
Due deboli gocce, odore di asfalto bagnato e raggi di sole che penetrano attraverso le nuvole ma sta piovendo!
Piove con il sole (c'era anche una canzone dello Zecchino D'Oro che si chiamava "Piove con il sole" e credo che fosse di una bambina russa, bisognerebbe verificare).
Comunque con questo caldo incompatibile con la sopravvivenza della razza umana (almeno di quella stabilmente stanziata sulle Prealpi lombarde), passa la voglia di fare tutto. Compreso mangiare (che per me potrebbe rivelarsi una fortuna..). Ovviamente, la legge immutabile che regola le nostre vite (il Destino, direte voi. No, la legge di Murphy, dico io) ha voluto che questi insignificanti frutti del fenomeno di evaporazione e condensazione dell'acqua precipitassero dal cielo nell'istante esatto in cui la vaga idea di lavare la mia macchina ha bussato all'anticamera del mio cervello. Da ieri, infatti, posso dire senza mentire che la macchina frena! Oggi volevo poter dire che è pulita. Invece ora è di un delicato color panna chiazzato di viola con un piacevole effetto spruzzo, e le fiancate che sembrano trapiantate da un mezzo che ha attraversato il Rally del deserto...
A proposito di Rally, tra qualche settimana ricomincia la (mia) stagione sportiva, alla faccia di quelli che mi prendono in giro, alle spalle di chi mi annovera tra i praticanti di sport sfigati. la prossima gara a Lumezzane segnerà il giro di boa. Un anno esatto da Top driver. E son soddisfazioni (soprattutto visto come sono andate le ultime gare di maggio-giugno..). Comunque Lumezzane, l'anno scorso, è stata la dimostrazione della mia teoria secondo cui è il panico a giocare un ruolo decisivo nella dicotomia tra vittoria e sconfitta: ovviamente troppo panico ti porta a non capire più nulla e a confondere il bottone della sdoppiata con la levetta per aprire i deflettori, oppure a cominciare la gara convinto di aver controllato tutto, salvo accorgerti al primo tubo che non avevi collegato il cavo del pulsante con il Blitz...Ma una dose di panico accettabile, quel tanto che basta a far battere il cuore, tremare un pò le mani e asciugare la bocca, quella che ti fa spalancare gli occhi, bere 5 caffè prima di partire e ti impedisce di comunicare con qualunque essere umano senza cercare di staccargli la testa a morsi, beh quello è un panico sano. E immaginate la mia faccia, quando in mezzo alla gara, dopo una partenza niente male, mi accorgo con sgomento che il segnale della batteria del Trip lampeggia e realizzo di aver dimenticato di metterlo in carica durante la notte. Sta di fatto che il panico era tale che mi sono letteralmente inventata la strada, tenendo il Road book come vago riferimento e stabilendo le distanze a occhio, e il mio pilota non si è accorto di nulla. Sono magicamente riuscita a non sbagliare strada (cosa che non mi capita nemmeno quando ho due Trip a disposizione e la massima concentrazione) e sdoppiare bene nello stesso momento. Cioè, wow! Questo si chiama panico sano!
Sono cose che capitano una volta (se ti va bene) ogni tantissimo. Spero che Lumezzane (l'anno scorso si contendeva la testa del "Comuni sfigati d'Italia Challange" con Gropparello) porti bene e capiti di nuovo! D'altronde, come insegna Missincat in altro contesto (andate a sentirla è brava!) "capita"!
venerdì 26 agosto 2011
domenica 21 agosto 2011
L'emozionante vita da spiaggia
Ah...Che bello essere qui! Il mio blog! Mi mancava un pò...Si, perchè in questa settimana di vacanza (non ancora finita, per giunta) ho avuto una serie di pensieri pressanti e nessuna valvola per sfogarli. Perchè in fondo questo blog è il luogo dei pensieri inascoltati, quelli che nessuno ha voglia di sentire al telefono o durante un aperitivo, ma che mi sento di comunicare al mondo lo stesso. In fondo chi si prende la briga di venire a leggere i miei pensieri sul blog lo fa sua sponte, mosso da un seppur minimo interesse personale, che magari non avrei saputo risvegliare a voce. Dunque ecco qui le mie riflessioni sull'ultimo libro che ho letto (meglio, sto ancora leggendo): "la mappa del tempo" di F.J. Palma., 2011. Titolo evocativo e trama avvincente. Due pecche: la traduzione (raramente ho letto libri tradotti peggio...voglio dire, passino le infelici scelte di adattamento, ma gli errori di grammatica ce li risparmiamo volentieri..) e alcune scelte, come dire, di ritmo. Ci sono passaggi leeeeentissimi di dubbia utilità narrativa e brevissime descrizioni dei punti cruciali e dei colpi di scena. Morale: una grande potenzialità mal sfruttata (per quanto la storia sia comunque piacevole e dotata di un disincanto in cui mi sono ritrovata molto).
Ma non ho passato la settimana immersa nella letteratura, come al solito. Ho trascorso il tempo cercando di capire i ritmi della città. Venezia è il regno dei clichè, il tempio del luogo comune. Qui si possono trovare tutti, ma proprio tutti gli stereotipi che contraddistinguono noi italiani: se cercate "pizza-pasta-mandolino" siete nel posto giusto! Mi chiedo perchè i professori di economia politica fatichino tanto a fare esempi di mercati nei quali viga la concorrenza perfetta: a Venezia il mercato delle maschere di cartapesta, per esempio, è in concorrenza perfetta, oppure quello delle inutili statuine di vetro, o quello della paccottiglia, come le gondole di plastica che ondeggiano e si illuminano e suonano "O' sole mio" (che poi, cosa cavolo c'entra "O' sole mio" con Venezia?). Qualunque tipo di inutile orpello che desideriate, qui c'è. Qualunque pacchianeria assolutamente priva di scopo qui trova la sua naturale ubicazione. Qualunque momento della giornata, ogni quartiere, ogni vocolo puzzolente è organizzato al fine di rendere piacevolmente banale il soggiorno di ogni turista. E il numero di turisti è impressionante. Venezia non ha abitanti suoi, ha i turisti. Un popolo a parte che si accontenta di vedere finte tipicità, di mangiare finte pizze e di comprare finti manufatti originali made in China.
Ma non solo! I turisti accettano di trasferirsi da una zona all'altra della città, magari carichi di valige dotate delle più avanzate tecnologie di spostamento (alcune hanno un numero di rotelle...secondo me sono anche cingolate..), a bordo di barconi strapieni di gente inondati dal sole fotografando ogni singola pantegana che si gode il caldo alla fermata Giardini.
Accettano di pagare cifre astronomiche per bere un caffè in Piazza S. Marco, accompagnati da un'orchestrina che, piegata anch'essa ai dettami delle moderne necessità del turismo, è passata dai classici della musica di ogni tempo ai classici della musica riconoscibile in ogni angolo del mondo, riducendo il repertorio a pochi selezionati brani: "O' sole mio" (immancabile), "La cucaracha" e la colonna sonora di "Tutti insieme appassionatamente". Allucinante.
E il turista non si limita a voler visitare la città, i canali e i gondolieri (sempre vestiti all'ultima moda con maglietta a strisce e cappellino di paglia, a cui si ispirano molti padri di famiglia giapponesi), no! Vuole vedere anche il mare, il Lido, i luoghi del Festival del cinema. E allora finisco con l'essere obbligata ad ascoltare una surreale conversazione tra una famigliola francese e la barista della nostra spiaggia (una poveretta di 70 anni che non parla una parola di italiano, figuriamoci di un'altra lingua che non sia il dialetto veneto..). La mamma francese voleva una macedonia, un'insalata di riso, due panini e una coca. Il papà francese indicava picchiando sulla vetrinetta ciò che la moglie cercava disperatamente di spiegare a cesti alla barista urlando -Salade de fruit! salade de fruit!. Ora. Se sotto allo scaffale con le macedonie c'è scritto "macedonia", cara mamma francese, cosa ti costa dire "macedonia"? perchè se io vengo a Parigi e ti chiedo una "macedonia" indicandoti la "salade de fruit" col cavolo che mi dai la mia macedonia! E la povera barista, che sfoggiava una lingua angloveneta fornmata da anni di contatti con i turisti cercava di spiegare che i panini avevano dentro la cotoletta di pollo urlando -cicche! chicche!. e la mamma -Oui oui! trì! Trì svp! Alla fine la transazione si è conclusa, la mamma francese è riuscita a decifrare il - tertisis- della barista e ha pagato quei benedetti 36 euro.
Ma non ho passato la settimana immersa nella letteratura, come al solito. Ho trascorso il tempo cercando di capire i ritmi della città. Venezia è il regno dei clichè, il tempio del luogo comune. Qui si possono trovare tutti, ma proprio tutti gli stereotipi che contraddistinguono noi italiani: se cercate "pizza-pasta-mandolino" siete nel posto giusto! Mi chiedo perchè i professori di economia politica fatichino tanto a fare esempi di mercati nei quali viga la concorrenza perfetta: a Venezia il mercato delle maschere di cartapesta, per esempio, è in concorrenza perfetta, oppure quello delle inutili statuine di vetro, o quello della paccottiglia, come le gondole di plastica che ondeggiano e si illuminano e suonano "O' sole mio" (che poi, cosa cavolo c'entra "O' sole mio" con Venezia?). Qualunque tipo di inutile orpello che desideriate, qui c'è. Qualunque pacchianeria assolutamente priva di scopo qui trova la sua naturale ubicazione. Qualunque momento della giornata, ogni quartiere, ogni vocolo puzzolente è organizzato al fine di rendere piacevolmente banale il soggiorno di ogni turista. E il numero di turisti è impressionante. Venezia non ha abitanti suoi, ha i turisti. Un popolo a parte che si accontenta di vedere finte tipicità, di mangiare finte pizze e di comprare finti manufatti originali made in China.
Ma non solo! I turisti accettano di trasferirsi da una zona all'altra della città, magari carichi di valige dotate delle più avanzate tecnologie di spostamento (alcune hanno un numero di rotelle...secondo me sono anche cingolate..), a bordo di barconi strapieni di gente inondati dal sole fotografando ogni singola pantegana che si gode il caldo alla fermata Giardini.
Accettano di pagare cifre astronomiche per bere un caffè in Piazza S. Marco, accompagnati da un'orchestrina che, piegata anch'essa ai dettami delle moderne necessità del turismo, è passata dai classici della musica di ogni tempo ai classici della musica riconoscibile in ogni angolo del mondo, riducendo il repertorio a pochi selezionati brani: "O' sole mio" (immancabile), "La cucaracha" e la colonna sonora di "Tutti insieme appassionatamente". Allucinante.
E il turista non si limita a voler visitare la città, i canali e i gondolieri (sempre vestiti all'ultima moda con maglietta a strisce e cappellino di paglia, a cui si ispirano molti padri di famiglia giapponesi), no! Vuole vedere anche il mare, il Lido, i luoghi del Festival del cinema. E allora finisco con l'essere obbligata ad ascoltare una surreale conversazione tra una famigliola francese e la barista della nostra spiaggia (una poveretta di 70 anni che non parla una parola di italiano, figuriamoci di un'altra lingua che non sia il dialetto veneto..). La mamma francese voleva una macedonia, un'insalata di riso, due panini e una coca. Il papà francese indicava picchiando sulla vetrinetta ciò che la moglie cercava disperatamente di spiegare a cesti alla barista urlando -Salade de fruit! salade de fruit!. Ora. Se sotto allo scaffale con le macedonie c'è scritto "macedonia", cara mamma francese, cosa ti costa dire "macedonia"? perchè se io vengo a Parigi e ti chiedo una "macedonia" indicandoti la "salade de fruit" col cavolo che mi dai la mia macedonia! E la povera barista, che sfoggiava una lingua angloveneta fornmata da anni di contatti con i turisti cercava di spiegare che i panini avevano dentro la cotoletta di pollo urlando -cicche! chicche!. e la mamma -Oui oui! trì! Trì svp! Alla fine la transazione si è conclusa, la mamma francese è riuscita a decifrare il - tertisis- della barista e ha pagato quei benedetti 36 euro.
martedì 2 agosto 2011
La decade della pace dei sensi
Ieri ho inscatolato decine di migliaia di libri e altre cose che hanno fatto parte della mia quotidianità negli ultimi anni. Un lavoro immane. Faticosissimo, a livello fisico proprio (infatti oggi ho un mal di schiena assurdo). Forse la stanchezza, forse il male ai muscoli mi hanno impedito di rispondere per bene a chi ieri mi parlava di gap generazionale, o meglio di qualcosa che chiamerei "lotta tra decadi".
Ripensandoci oggi, col mal di muscoli sempre presente ma col cervello un pò più sveglio, ho elaborato una teoria. Meglio, questa teoria l'avevo già elaborata, ma me ne sono ricordata solo stamattina, in macchina, mentre ascoltavo Vasco (tra l'altro trovo che ci sia qualcosa di ancestrale in Vasco).
Il tema della discussione, forse generato da quel minimo di "orgoglio di decade" che caratterizza tutti noi, verteva sul fatto che gli anni '90 sono stati un decennio intellettualmente morto, dal quale è nata una generazione di rimbambiti tra i quali si salvano in pochi.
Gli anni '70 e '80, invece hanno visto passare diversi movimenti culturali (parliamo di cultura in generale, ma anche di cultura metropolitana), movimenti politici, stream ideologici.
Sarà perchè mi annovero nella generazione di smidollati che è cresciuta negli anni '90, e ho l'arroganza di pensare che non siamo stati poi questo gran fallimento.
Analizziamo la situazione.
Per quel che mi ricordo, i miei genitori hanno sempre lavorato. Entrambi. E siccome la bambina piccola da qualche parte va pur lasciata andava a finire che rimanevo interi pomeriggi in ufficio, oppure a scuola a tener compagnia alla suora portinaia (che in tutto quel tempo poteva almeno insegnarmi a ricamare, invece si faceva i suoi centrini da sola..). Ma la maggior parte delle volte ero a casa della nonna, o a casa di una vicina che aveva due figlie della mia età. Sta di fatto che la miglior compagna della mia infanzia è stata la televisione. Credo che questa cosa valga per un numero tale di ex bambini che hanno visto tutti le stesse cose, cresciuti tutti dagli stessi modelli e tormentati dalle stesse parole ripetitive, che già per questo si potrebbe parlare di movimento culturale. Ma di più. Se guardiamo i modelli che hanno segnato la mia generazione televisiva, non ce n'è uno originale. Mi spiego. Gli anni '90 sono stati un riflesso nostalgico degli anni '80. I palinsesti costituivano praticamente le repliche di ciò che genitori e fratelli maggiori avevano già visto e da cui erano stati a loro volta influenzati. Allora mi chiedo: se un movimento culturale propriamente detto è diffuso da mezzi di stampa, da libri, da correnti artistiche etc, perchè una generazione forgiata sul mezzo di comunicazione "televisione" non dovrebbe godere dello stesso rilievo culturale? Perchè guardando le cose come stanno, il mio interlocutore aveva anche ragione a dire che non abbiamo avuto dei veri movimenti, la pace dei sensi, negli anni '90. Niente ideologie politiche, niente giovani in piazza come negli anni '70, niente wind of change. Ci restava solo la televisione, quella scatola attraverso la quale vedere il mondo (finto credendo che fosse vero). E' altrettanto vero che la televisione è una invenzione che risale al 1950 circa, ma allora c'era anche altro. Quando non c'è più nulla rimane lei. E allora l'unico movimento che la società riesce a dare al cervello dei giovani passa per un cavo. E a ben guardare le esperienze che accomunano tutti quelli della mia generazione, quelle cose che tutti ma proprio tutti possono dire di aver visto o fatto, riguardano la scatola magica (fate il seguente esperimento: prendete un venti-due-treenne e intavolate un discorso tipo "ti ricordi quando...". Si finirà immancabilmente a parlare di Mila e Shiro. o di Ok il prezzo è giusto. Di quelle cose che richiamano l'infanzia in maniera rassicurante).
Che poi, voglio dire, senza svilirci completamente, si può dire che gli anni '90 sono stati protagonisti di un generalizzato "nostalgismo" confusionario. J Ax (grande esempio...) diceva in una sua canzone (funkytarro 1996): "Ho visto l'era Punk, quella metallara, quella dark, quella paninara, quella dei finti ricchi, quella dei finti poveri...." e alla fine si riconosceva in una sorta di ibrido, il Funkytarro ("il tamarro è sempre in voga perchè non è di moda mai"), formato sugli stereotipi mediatici del tempo fusi insieme ("sono trash come la Marini e Adriano Pappalardo"). E infatti non c'è un vero e proprio gruppo predominante (ma credo che non ci sia stato in nessuna epoca), uno in cui si riuniscono ideologie. Ci sono solo gruppi uniti dal fatto di immedesimarsi nello stesso stereotipo mediatico (qualcosa che chiamerei la "sindrome della velina e del calciatore"). Chi non riesce a riconoscersi in uno stereotipo è tagliato fuori. E siccome paradossalmente queste sono le persone alle quali rimane solo la propria personalità, va a finire che questa personalità si sente smarrita in se stessa, priva di modello, troppo giovane per aver letto le istruzioni per l'uso della libertà mentale, e finisce schiacciata o rovinata dalla mancanza di stereotipi.
Mi fermo, altrimenti il flusso di pensieri in libertà chissà dove mi porta. E poi ho fame.
Ripensandoci oggi, col mal di muscoli sempre presente ma col cervello un pò più sveglio, ho elaborato una teoria. Meglio, questa teoria l'avevo già elaborata, ma me ne sono ricordata solo stamattina, in macchina, mentre ascoltavo Vasco (tra l'altro trovo che ci sia qualcosa di ancestrale in Vasco).
Il tema della discussione, forse generato da quel minimo di "orgoglio di decade" che caratterizza tutti noi, verteva sul fatto che gli anni '90 sono stati un decennio intellettualmente morto, dal quale è nata una generazione di rimbambiti tra i quali si salvano in pochi.
Gli anni '70 e '80, invece hanno visto passare diversi movimenti culturali (parliamo di cultura in generale, ma anche di cultura metropolitana), movimenti politici, stream ideologici.
Sarà perchè mi annovero nella generazione di smidollati che è cresciuta negli anni '90, e ho l'arroganza di pensare che non siamo stati poi questo gran fallimento.
Analizziamo la situazione.
Per quel che mi ricordo, i miei genitori hanno sempre lavorato. Entrambi. E siccome la bambina piccola da qualche parte va pur lasciata andava a finire che rimanevo interi pomeriggi in ufficio, oppure a scuola a tener compagnia alla suora portinaia (che in tutto quel tempo poteva almeno insegnarmi a ricamare, invece si faceva i suoi centrini da sola..). Ma la maggior parte delle volte ero a casa della nonna, o a casa di una vicina che aveva due figlie della mia età. Sta di fatto che la miglior compagna della mia infanzia è stata la televisione. Credo che questa cosa valga per un numero tale di ex bambini che hanno visto tutti le stesse cose, cresciuti tutti dagli stessi modelli e tormentati dalle stesse parole ripetitive, che già per questo si potrebbe parlare di movimento culturale. Ma di più. Se guardiamo i modelli che hanno segnato la mia generazione televisiva, non ce n'è uno originale. Mi spiego. Gli anni '90 sono stati un riflesso nostalgico degli anni '80. I palinsesti costituivano praticamente le repliche di ciò che genitori e fratelli maggiori avevano già visto e da cui erano stati a loro volta influenzati. Allora mi chiedo: se un movimento culturale propriamente detto è diffuso da mezzi di stampa, da libri, da correnti artistiche etc, perchè una generazione forgiata sul mezzo di comunicazione "televisione" non dovrebbe godere dello stesso rilievo culturale? Perchè guardando le cose come stanno, il mio interlocutore aveva anche ragione a dire che non abbiamo avuto dei veri movimenti, la pace dei sensi, negli anni '90. Niente ideologie politiche, niente giovani in piazza come negli anni '70, niente wind of change. Ci restava solo la televisione, quella scatola attraverso la quale vedere il mondo (finto credendo che fosse vero). E' altrettanto vero che la televisione è una invenzione che risale al 1950 circa, ma allora c'era anche altro. Quando non c'è più nulla rimane lei. E allora l'unico movimento che la società riesce a dare al cervello dei giovani passa per un cavo. E a ben guardare le esperienze che accomunano tutti quelli della mia generazione, quelle cose che tutti ma proprio tutti possono dire di aver visto o fatto, riguardano la scatola magica (fate il seguente esperimento: prendete un venti-due-treenne e intavolate un discorso tipo "ti ricordi quando...". Si finirà immancabilmente a parlare di Mila e Shiro. o di Ok il prezzo è giusto. Di quelle cose che richiamano l'infanzia in maniera rassicurante).
Che poi, voglio dire, senza svilirci completamente, si può dire che gli anni '90 sono stati protagonisti di un generalizzato "nostalgismo" confusionario. J Ax (grande esempio...) diceva in una sua canzone (funkytarro 1996): "Ho visto l'era Punk, quella metallara, quella dark, quella paninara, quella dei finti ricchi, quella dei finti poveri...." e alla fine si riconosceva in una sorta di ibrido, il Funkytarro ("il tamarro è sempre in voga perchè non è di moda mai"), formato sugli stereotipi mediatici del tempo fusi insieme ("sono trash come la Marini e Adriano Pappalardo"). E infatti non c'è un vero e proprio gruppo predominante (ma credo che non ci sia stato in nessuna epoca), uno in cui si riuniscono ideologie. Ci sono solo gruppi uniti dal fatto di immedesimarsi nello stesso stereotipo mediatico (qualcosa che chiamerei la "sindrome della velina e del calciatore"). Chi non riesce a riconoscersi in uno stereotipo è tagliato fuori. E siccome paradossalmente queste sono le persone alle quali rimane solo la propria personalità, va a finire che questa personalità si sente smarrita in se stessa, priva di modello, troppo giovane per aver letto le istruzioni per l'uso della libertà mentale, e finisce schiacciata o rovinata dalla mancanza di stereotipi.
Mi fermo, altrimenti il flusso di pensieri in libertà chissà dove mi porta. E poi ho fame.
domenica 31 luglio 2011
I problemi degli altri
Ok. Parliamone. Avete dei problemi? Padroni. Non giudico nessuno, per l'amor del cielo.
Ma che qualcuno abbia dei problemi con i fatti miei sinceramente mi secca. E che io debba rinunciare alla mia vita sociale per i problemi degli altri mi secca ancora di più.
E' difficile per me, ok. Ma perchè deve essere difficile anche per chi non c'entra niente? E' un lutto? Un dolore al quale ci si sente in dovere di partecipare schierandosi e prendendo posizioni? Fino a ieri amici e da oggi... beh da oggi un calcio nel sedere.
E chissenefrega di anni di rapporti umani costruiti (almeno da parte mia) con costanza e impegno? Oggi la stronza sono io.
Sapete perchè non si riesce a mantenere buoni rapporti umani dopo la fine di una storia? Perchè abbiamo stereotipi sbagliati. Perchè nessuno ci crede. Perchè gli amici comuni si schierano. Manco ci fosse una divisione dei beni: Tizio a te Caio a me. Se gli amici (o presunti tali chiaramente) si facessero i fattacci loro, continuando a comportarsi come sempre, senza tagliare fuori lo/la stronzo/a di turno, se si credesse di più nella sopravvivenza di un rapporto umano (ma umano sul serio, di chi ha condiviso tanto, indipendentemente da tutto), l'intelligenza delle persone farebbe il resto (sarò ingenua a credere nell'intelligenza delle persone...ma non si può prescindere dal contesto).
Grazie. Comunque grazie.
E meno male che mai nella vita ho avuto la sensazione di capire quali fossero i veri amici. Quelli che ho chiamato i miei cavi di sicurezza. Perchè in questo caso, se non ci fossero stati, la caduta libera avrebbe avuto effetti devastanti.
E ci sarà anche chi dice che odia quando dico a-ha, ma quando ce vò ce vò: A-HA...
Ma che qualcuno abbia dei problemi con i fatti miei sinceramente mi secca. E che io debba rinunciare alla mia vita sociale per i problemi degli altri mi secca ancora di più.
E' difficile per me, ok. Ma perchè deve essere difficile anche per chi non c'entra niente? E' un lutto? Un dolore al quale ci si sente in dovere di partecipare schierandosi e prendendo posizioni? Fino a ieri amici e da oggi... beh da oggi un calcio nel sedere.
E chissenefrega di anni di rapporti umani costruiti (almeno da parte mia) con costanza e impegno? Oggi la stronza sono io.
Sapete perchè non si riesce a mantenere buoni rapporti umani dopo la fine di una storia? Perchè abbiamo stereotipi sbagliati. Perchè nessuno ci crede. Perchè gli amici comuni si schierano. Manco ci fosse una divisione dei beni: Tizio a te Caio a me. Se gli amici (o presunti tali chiaramente) si facessero i fattacci loro, continuando a comportarsi come sempre, senza tagliare fuori lo/la stronzo/a di turno, se si credesse di più nella sopravvivenza di un rapporto umano (ma umano sul serio, di chi ha condiviso tanto, indipendentemente da tutto), l'intelligenza delle persone farebbe il resto (sarò ingenua a credere nell'intelligenza delle persone...ma non si può prescindere dal contesto).
Grazie. Comunque grazie.
E meno male che mai nella vita ho avuto la sensazione di capire quali fossero i veri amici. Quelli che ho chiamato i miei cavi di sicurezza. Perchè in questo caso, se non ci fossero stati, la caduta libera avrebbe avuto effetti devastanti.
E ci sarà anche chi dice che odia quando dico a-ha, ma quando ce vò ce vò: A-HA...
sabato 30 luglio 2011
La gente che sta bene vive a Monza
Oggi sono stata a Monza. Parliamone. Diciamo che la prima impressione che ho avuto è stata di aver trovato quella famosa "Gente che sta bene" di cui parla F. nel suo libro. Si, la gente che sta bene vive decisamente a Monza. Il Monzese tipo incarna lo stereotipo dell'imprenditore brianzolo, ricco abbastanza da avere la seconda casa al mare, lo skipass stagionale per l'inverno, la Porsche, due figli, magari un cane, l'abbonamento in palestra e il parrucchiere settimanale, ma non abbastanza da potersi permettere di essere eccessivamente snob.
Gli uomini sono brizzolati, hanno la pancetta ma vanno in palestra per buttare giù qualche chilo, hanno il rolex e la Polo, indossano i Jekerson color cachi e le scarpe da barca (che poi cosa porti a fare le scarpe da barca se la barca non ce l'hai?). Le signore hanno i capelli biondi con i colpi di sole in evidenza, il tubino di colori pastello, le ballerine scamosciate oppure il sandalo con la zeppa di sughero, portano orecchini d'oro e il filo di perle, hanno la fede di Pomellato, la borsa di Vuitton. Enorme.
Le bambine hanno le guance rosse e le trecce, la polo di Burberry's, il passeggino Inglesina. Non piangono. Sorridono e mangiano il gelato senza sporcarsi.
Percentuale di tamarri per le vie della città: inferiore al 5%. Ammirevole. La città Mulino Bianco! Le persone si incontrano per strada e si salutano con 3 baci, gli uomini si stringono la mano mostrando i perfetti risultati dello sbiancamento dentale, si invitano a cena, si invitano al brunch domenicale. Aleggia su tutto un aura di cordialità di convenienza (ma chi sono io per dire che non si tratta di cordialità sincera? Lo spero per loro!), un alone di... di Mulino Bianco, appunto, quasi innaturale. E ti chiedi come fanno ad essere tutti così felici, così belli ed eleganti. Monza ha l'aria della piccola cittadina di provincia sulla quale, però, forse arriva, portata dal vento o vaporizzata insieme ai pesticidi, la nube intossicante milanese (e dico intossicante in senso buono..cioè diciamocelo, il milanese tipo è un pò diverso dal brianzolo, ha un che di più nevrotico, cammina almeno a 70 km/h col limite a 50, però ha anche l'aria beffarda del successo dipinta in faccia -come la "gente che sta bene" di F., appunto).
Comunque lodi a Monza, cittadina a misura d'uomo, tutto sommato. Non mi dispiacerebbe. Che i Monzesi abbiano trovato la formula per stare bene senza essere provinciali? Per essere milanesi senza vivere a Milano? Per avere l'aria buona senza vivere in campagna? Oppure sono tutti imprigionati in tante microstorie alla "Baciami ancora", e prima o poi daranno fuori di testa come Stefano Accorsi?
Gli uomini sono brizzolati, hanno la pancetta ma vanno in palestra per buttare giù qualche chilo, hanno il rolex e la Polo, indossano i Jekerson color cachi e le scarpe da barca (che poi cosa porti a fare le scarpe da barca se la barca non ce l'hai?). Le signore hanno i capelli biondi con i colpi di sole in evidenza, il tubino di colori pastello, le ballerine scamosciate oppure il sandalo con la zeppa di sughero, portano orecchini d'oro e il filo di perle, hanno la fede di Pomellato, la borsa di Vuitton. Enorme.
Le bambine hanno le guance rosse e le trecce, la polo di Burberry's, il passeggino Inglesina. Non piangono. Sorridono e mangiano il gelato senza sporcarsi.
Percentuale di tamarri per le vie della città: inferiore al 5%. Ammirevole. La città Mulino Bianco! Le persone si incontrano per strada e si salutano con 3 baci, gli uomini si stringono la mano mostrando i perfetti risultati dello sbiancamento dentale, si invitano a cena, si invitano al brunch domenicale. Aleggia su tutto un aura di cordialità di convenienza (ma chi sono io per dire che non si tratta di cordialità sincera? Lo spero per loro!), un alone di... di Mulino Bianco, appunto, quasi innaturale. E ti chiedi come fanno ad essere tutti così felici, così belli ed eleganti. Monza ha l'aria della piccola cittadina di provincia sulla quale, però, forse arriva, portata dal vento o vaporizzata insieme ai pesticidi, la nube intossicante milanese (e dico intossicante in senso buono..cioè diciamocelo, il milanese tipo è un pò diverso dal brianzolo, ha un che di più nevrotico, cammina almeno a 70 km/h col limite a 50, però ha anche l'aria beffarda del successo dipinta in faccia -come la "gente che sta bene" di F., appunto).
Comunque lodi a Monza, cittadina a misura d'uomo, tutto sommato. Non mi dispiacerebbe. Che i Monzesi abbiano trovato la formula per stare bene senza essere provinciali? Per essere milanesi senza vivere a Milano? Per avere l'aria buona senza vivere in campagna? Oppure sono tutti imprigionati in tante microstorie alla "Baciami ancora", e prima o poi daranno fuori di testa come Stefano Accorsi?
sabato 23 luglio 2011
castelli di sabbia postsbronza
E così eccoci qui.
Finito. Abbiamo espletato tutti i clichè del caso: abbiamo la foto con la tesi (però la tesi era viola!) e la corona d'alloro, le foto con la famiglia, con le amiche, stretta di mano ai professori, toghe nere, regali, sbronze, feste, margarita...manca forse solo il lancio del tocco in stile Harward (ma tra qui e Harward...).
Ok non ho intenzione di lanciarmi nell'ennesimo post nostalgico o dire qualcosa tipo "che ne sarà di me, ora?" (cosa che, per inciso, mi terrorizza...in uno dei bigliettini che accompagnavano i regali che ho ricevuto c'era scritto: "ora hai davanti la tua vita", ho pensato: "ok, calma, respira..."). Ho deciso di optare per un post leggero.
Oggi sono andata a giocare a tennis con le W.O.M. e ovviamente C. ha mostrato il suo stile a cominciare dal completino a tema Maria Sharapova. Io invece ho preferito una tenuta da shampista di Agassi. E nel tennis ho più o meno il talento che la shampista di Agassi ha nell'arte dell'acconciatura. Ho proposto una mission al lago, con canna e vermi ma le W.O.M. non erano molto entusiaste..In questa settimana di ozio ho avuto tempo per vedere un sacco di film, seguire qualche consiglio in arretrato. Prevedo di leggere tutto quello che ho accumulato in mesi di delirio, di sinusite psichica, come direbbe qualcuno.
Il fatto è che la sinusite psichica non è ancora finita. Non so. Non riesco a capire se sono ancora preda dell'ansia, se non ho ancora metabolizzato l'esperienza (in fondo è stata una cosa intensa..ci vorrà un pò per metabolizzare), se ho talmente tanta paura del dopo da non riuscire a pensare, oppure se sono ripiombata nel buio dell'anima, nell'anestesia (in)cosciente o come vogliamo chiamarla. Il fatto è che mi sento viva ad alternanza e il momento di maggior vitalità della settimana è stato ieri sera, quando il mio cervello si era preso mezza giornata di permesso per lasciar spazio alla tequila, quindi figuriamoci con quanta lucidità riesco ad immaginare dove sarò tra 2 mesi. O meglio, so dove vorrei essere tra 2 mesi, il problema è elaborare una strategia convincente per arrivarci. Cioè. Avessi studiato scienze della comunicazione, a quest'ora mi starei preparando per Venezia, starei cercando un vestito per il red carpet e tutte le star, i grandi registi e tutto l'entourage sarebbero in preda all'ansia per il giudizio della più grande e arguta critica cinematografica del mondo (scontato, no?). Avessi fatto medicina sarei all'ingresso della sala operatoria, mi starei lavando le mani, forse starei baciando un chirurgo figo come il Dr. Sheperd.... Avessi fatto lettere sarei a fare l'aperitivo con il mio editore che sta opzionando il mio secondo romanzo che si preannuncia un best seller almeno quanto il primo. Ma ho fatto giurisprudenza. E sono seduta per terra, col computer rotto che continua a fare un rumore infernale, una canzone appena scoperta a palla per la trentesima volta, con un disordine mentale almeno equivalente a quello della mia camera (chissà se anche il mio cervello archivia i pensieri a mucchi, come io archivio tutto quanto!). L'altro giorno ero da Blockbuster con C. e V. per una seduta di shopping cinematografico/letterario terapeutico e, passaggiando tra i DVD, ho pensato che avrei dovuto fare la regista. Il mio film sarebbe bellissimo. Vincerebbe un sacco di Oscar, Palme d'oro, Orsi e Leoni. E che palle giurisprudenza. Dovevo studiare cinema. Ma alla fine chi mi impedisce di scrivere un film e dirigerlo lo stesso? Lo farò. In fondo nel mio cervello ne succedono di cose strane..ci sarà pure materiale per un bel film (cioè vogliamo mettere con Avatar?). Coco Chanel ha passato la sua giovinezza in casa del suo amante a leggere romanzetti rosa, mantenuta e nell'ozio più totale. Poi a più di 30 anni, lei che aveva la reputazione della scemetta del villaggio, ha scoperto di essere Coco Chanel, destinata ad influenzare pesantemente le scelte di milioni di persone. Trota, figlio di un Ministro, uno il cui cervello si prende le ferie decisamente troppo spesso, che ha dato l'esame di maturità 3 volte, senza arte nè parte in alcuna branca utile nella vita, è consigliere regionale e guadagna decine di migliaia di euro al mese. Alla fine tutti possono sorpredere (anche se stessi). Perchè mai dovrebbe andar male a me?
Finito. Abbiamo espletato tutti i clichè del caso: abbiamo la foto con la tesi (però la tesi era viola!) e la corona d'alloro, le foto con la famiglia, con le amiche, stretta di mano ai professori, toghe nere, regali, sbronze, feste, margarita...manca forse solo il lancio del tocco in stile Harward (ma tra qui e Harward...).
Ok non ho intenzione di lanciarmi nell'ennesimo post nostalgico o dire qualcosa tipo "che ne sarà di me, ora?" (cosa che, per inciso, mi terrorizza...in uno dei bigliettini che accompagnavano i regali che ho ricevuto c'era scritto: "ora hai davanti la tua vita", ho pensato: "ok, calma, respira..."). Ho deciso di optare per un post leggero.
Oggi sono andata a giocare a tennis con le W.O.M. e ovviamente C. ha mostrato il suo stile a cominciare dal completino a tema Maria Sharapova. Io invece ho preferito una tenuta da shampista di Agassi. E nel tennis ho più o meno il talento che la shampista di Agassi ha nell'arte dell'acconciatura. Ho proposto una mission al lago, con canna e vermi ma le W.O.M. non erano molto entusiaste..In questa settimana di ozio ho avuto tempo per vedere un sacco di film, seguire qualche consiglio in arretrato. Prevedo di leggere tutto quello che ho accumulato in mesi di delirio, di sinusite psichica, come direbbe qualcuno.
Il fatto è che la sinusite psichica non è ancora finita. Non so. Non riesco a capire se sono ancora preda dell'ansia, se non ho ancora metabolizzato l'esperienza (in fondo è stata una cosa intensa..ci vorrà un pò per metabolizzare), se ho talmente tanta paura del dopo da non riuscire a pensare, oppure se sono ripiombata nel buio dell'anima, nell'anestesia (in)cosciente o come vogliamo chiamarla. Il fatto è che mi sento viva ad alternanza e il momento di maggior vitalità della settimana è stato ieri sera, quando il mio cervello si era preso mezza giornata di permesso per lasciar spazio alla tequila, quindi figuriamoci con quanta lucidità riesco ad immaginare dove sarò tra 2 mesi. O meglio, so dove vorrei essere tra 2 mesi, il problema è elaborare una strategia convincente per arrivarci. Cioè. Avessi studiato scienze della comunicazione, a quest'ora mi starei preparando per Venezia, starei cercando un vestito per il red carpet e tutte le star, i grandi registi e tutto l'entourage sarebbero in preda all'ansia per il giudizio della più grande e arguta critica cinematografica del mondo (scontato, no?). Avessi fatto medicina sarei all'ingresso della sala operatoria, mi starei lavando le mani, forse starei baciando un chirurgo figo come il Dr. Sheperd.... Avessi fatto lettere sarei a fare l'aperitivo con il mio editore che sta opzionando il mio secondo romanzo che si preannuncia un best seller almeno quanto il primo. Ma ho fatto giurisprudenza. E sono seduta per terra, col computer rotto che continua a fare un rumore infernale, una canzone appena scoperta a palla per la trentesima volta, con un disordine mentale almeno equivalente a quello della mia camera (chissà se anche il mio cervello archivia i pensieri a mucchi, come io archivio tutto quanto!). L'altro giorno ero da Blockbuster con C. e V. per una seduta di shopping cinematografico/letterario terapeutico e, passaggiando tra i DVD, ho pensato che avrei dovuto fare la regista. Il mio film sarebbe bellissimo. Vincerebbe un sacco di Oscar, Palme d'oro, Orsi e Leoni. E che palle giurisprudenza. Dovevo studiare cinema. Ma alla fine chi mi impedisce di scrivere un film e dirigerlo lo stesso? Lo farò. In fondo nel mio cervello ne succedono di cose strane..ci sarà pure materiale per un bel film (cioè vogliamo mettere con Avatar?). Coco Chanel ha passato la sua giovinezza in casa del suo amante a leggere romanzetti rosa, mantenuta e nell'ozio più totale. Poi a più di 30 anni, lei che aveva la reputazione della scemetta del villaggio, ha scoperto di essere Coco Chanel, destinata ad influenzare pesantemente le scelte di milioni di persone. Trota, figlio di un Ministro, uno il cui cervello si prende le ferie decisamente troppo spesso, che ha dato l'esame di maturità 3 volte, senza arte nè parte in alcuna branca utile nella vita, è consigliere regionale e guadagna decine di migliaia di euro al mese. Alla fine tutti possono sorpredere (anche se stessi). Perchè mai dovrebbe andar male a me?
venerdì 15 luglio 2011
In diretta dall'aula tutor
Post in diretta. Ci vuole.
Ho tagliato il cordone ombelicale. Quello che mi legava a questo posto. Ho ufficialmente eliminato la mia impronta dall'aula tutor. Ora sembra incredibilmente grande. Sembra vuota. Forse perchè più che con le nostre cose l'avevamo riempita della nostra presenza. Ora la nostra assenza non solo si vede ma si sente. Guardo la parete di fianco a me e vedo C. in piedi sul tavolo che fissa la bandiera della Svizzera con le puntine. Guardo la scrivania alla mia destra e vedo M. che litiga con V. perché non vuole provare la parrucca viola. Guardo la finestra e vedo T. che cerca di ripararla in piedi sul davanzale. Guardo la sedia vuota davanti a me e vedo C. che mangia un panino. Guardo addirittura i fili elettrici e vedo M. e C. che li fissano al pavimento con lo scotch (era una mia idea!).
Guardo fuori dalla porta e vedo il viavai di una mattina di lezione, sento le voci dei professori, sento R. che urla e che ci sgrida per il pollaio, sento l'odore della carta stampata.
Poi torno alla realtà. Vedo paura e incertezza. Emozione e... e qualcosa. Non so cosa ma qualcosa c'è. Deve esserci. Dopo, dico. Cosa c'è dopo? Sono sull'orlo del baratro e guardo giù. Lunedì qualcuno mi darà una spinta (più o meno violenta) e cadrò giù (c'era anche una canzone che diceva "cado giù"). Non dico tutto questo come polemica sterile o come lamentela, o con sguardo autocommiserativo. Lo dico con sguardo nostalgico e mi chiedo cosa sia in realtà la nostalgia. Sono sempre stata convinta che la nostalgia sia un sentimento preventivo. Qualcosa che si può provare solo vivendo un momento incredibilmente bello e, mentre lo si vive, si ha la sensazione tangibile della sua caducità e si è presi da una morsa allo stomaco pensando al prossimo futuro in cui la bellezza del momento sarà solo un ricordo. Ora vivo tutti quei ricordi. Tutto ciò che l'esperienza universitaria mi ha dato in termini umani più che in termini culturali. Mi chiedo se sia davvero importante il lato umano di questa esperienza, dal momento che nessun datore di lavoro mi chiederà mai di esporre la mia esperienza umana. Ma poi mi rispondo che preferisco aver vissuto tutta l'umanità possibile prima di non potermelo più permettere.
Ho tagliato il cordone ombelicale. Quello che mi legava a questo posto. Ho ufficialmente eliminato la mia impronta dall'aula tutor. Ora sembra incredibilmente grande. Sembra vuota. Forse perchè più che con le nostre cose l'avevamo riempita della nostra presenza. Ora la nostra assenza non solo si vede ma si sente. Guardo la parete di fianco a me e vedo C. in piedi sul tavolo che fissa la bandiera della Svizzera con le puntine. Guardo la scrivania alla mia destra e vedo M. che litiga con V. perché non vuole provare la parrucca viola. Guardo la finestra e vedo T. che cerca di ripararla in piedi sul davanzale. Guardo la sedia vuota davanti a me e vedo C. che mangia un panino. Guardo addirittura i fili elettrici e vedo M. e C. che li fissano al pavimento con lo scotch (era una mia idea!).
Guardo fuori dalla porta e vedo il viavai di una mattina di lezione, sento le voci dei professori, sento R. che urla e che ci sgrida per il pollaio, sento l'odore della carta stampata.
Poi torno alla realtà. Vedo paura e incertezza. Emozione e... e qualcosa. Non so cosa ma qualcosa c'è. Deve esserci. Dopo, dico. Cosa c'è dopo? Sono sull'orlo del baratro e guardo giù. Lunedì qualcuno mi darà una spinta (più o meno violenta) e cadrò giù (c'era anche una canzone che diceva "cado giù"). Non dico tutto questo come polemica sterile o come lamentela, o con sguardo autocommiserativo. Lo dico con sguardo nostalgico e mi chiedo cosa sia in realtà la nostalgia. Sono sempre stata convinta che la nostalgia sia un sentimento preventivo. Qualcosa che si può provare solo vivendo un momento incredibilmente bello e, mentre lo si vive, si ha la sensazione tangibile della sua caducità e si è presi da una morsa allo stomaco pensando al prossimo futuro in cui la bellezza del momento sarà solo un ricordo. Ora vivo tutti quei ricordi. Tutto ciò che l'esperienza universitaria mi ha dato in termini umani più che in termini culturali. Mi chiedo se sia davvero importante il lato umano di questa esperienza, dal momento che nessun datore di lavoro mi chiederà mai di esporre la mia esperienza umana. Ma poi mi rispondo che preferisco aver vissuto tutta l'umanità possibile prima di non potermelo più permettere.
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